
Le chiavi di Dio non servono a chiudere
Possiamo restaurare gli altari, riscoprire la solennità dei gesti, pronunciare ogni parola con precisione e rendere impeccabile la liturgia, ma se il cuore rimane altrove avremo soltanto lucidato una porta senza mai attraversarla. La forma è importante quando custodisce la vita; diventa una gabbia quando pretende di sostituirla.
Il mio in(solito) commento a:
«Tu sei Pietro, e a te darò le chiavi del regno dei cieli» (Matteo 16,13-20)
Gesù, infatti, non domanda ai discepoli se conoscano bene le regole, ma pone una domanda che li costringe a esporsi: «Voi, chi dite che io sia?» Non chiede una definizione imparata a memoria, bensì una risposta capace di coinvolgere l’intera esistenza. È come se domandasse anche a te: “Chi sono io quando la tua preghiera sembra cadere nel vuoto? Chi sono quando la vita ti ferisce, quando hai paura, quando tutto ciò in cui credevi comincia a tremare?”.
La fede autentica comincia quando smettiamo di parlare di Dio e troviamo il coraggio di parlare con Lui.
Pietro risponde: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Non lo fa perché sia migliore degli altri, né perché abbia già compreso tutto. Pietro è fragile, impulsivo, contraddittorio; promette fedeltà e poi fugge, cammina sulle acque e subito affonda, riconosce il Messia e poco dopo tenta perfino di indicargli quale strada dovrebbe percorrere. Eppure Gesù sceglie proprio lui. Questo dovrebbe commuoverci: Dio non affida le sue chiavi a chi non sbaglia mai, ma a chi, dopo ogni caduta, accetta di lasciarsi rialzare.
Le chiavi consegnate a Pietro non sono il premio per una carriera spirituale, ma una responsabilità d’amore. Servono ad aprire, ad accogliere, a liberare; mai a trasformare la Chiesa in una fortezza per pochi eletti. Una chiave che chiude il peccato fuori dal cuore è benedetta, mentre una chiave usata per chiudere una persona fuori dalla speranza tradisce la mano di Cristo.
E allora dobbiamo porci una domanda scomoda: le nostre comunità stanno aprendo il Regno oppure stanno sorvegliando l’ingresso? Chi arriva ferito trova un abbraccio o un esame da superare? Chi cerca Dio incontra il suo volto oppure soltanto abitudini da rispettare?
La liturgia ritrova tutta la sua bellezza quando diventa incontro, stupore, respiro dell’anima; quando il pane spezzato ci insegna a spezzare il nostro egoismo e il calice condiviso ci ricorda che nessun dolore dovrebbe restare senza consolazione. Il rito è vivo quando continua fuori dalla chiesa, nelle case, lungo le strade, accanto a chi soffre.
Abbiamo bisogno di tornare ad ascoltare lo Spirito, ma ascoltarlo richiede silenzio, umiltà e discernimento, perché la sua voce non alimenta il nostro protagonismo: ci spinge verso gli altri. Lo Spirito non gonfia l’io, allarga il cuore; non ci rende superiori, ci rende disponibili; non ci consegna risposte per impressionare, ma parole capaci di edificare e consolare.
Forse le chiese non torneranno a riempirsi soltanto perché avremo reso più solenni le celebrazioni. Torneranno a essere casa quando chiunque varcherà la soglia potrà sentirsi guardato da Dio, accolto nelle proprie ferite e chiamato per nome. Pietro riceve le chiavi dopo avere riconosciuto il Dio vivente. Vivente, capisci? Un Dio che continua ad agire, sorprendere, guarire e aprire strade dove noi vediamo soltanto muri.
Prima di preoccuparci di custodire le chiavi, domandiamoci quante porte abbiamo aperto. Perché Cristo non ha fondato una Chiesa esperta di serrature, ma una casa capace di spalancare il cielo #Santanotte
Alessandro Ginotta

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