Società di San Vincenzo De Paoli
La povertà attraverso gli occhi del volontariato

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E’ strana la povertà oggi. Un tempo la si distingueva bene, vestita di abiti logori, scarpe consumate (quando c’erano), visi e mani sporche… oggi ha cambiato volto e si nasconde dietro ad una parvenza di normalità. Una “mutazione” comparsa negli ultimi decenni, ma che la pandemia ha drammaticamente accelerato, tanto che la “variante” delle nuove povertà, oggi, è divenuta predominante.

Più poveri, ma meno poveri

Può sembrare un controsenso, ma a ben leggere i dati ISTAT è proprio questa la fotografia di un’Italia in cui aumenta il numero delle famiglie in difficoltà, ma diminuisce l’entità del bisogno: nel 2020 sono oltre due milioni le famiglie in povertà assoluta (pari al 7,7% del totale, +1,3% rispetto al 2019), per oltre 5,6 milioni di individui (par al 9,4% della popolazione, +1,7% rispetto al 2019). Di contro, si registra una diminuzione nell’intensità della povertà assoluta, indice che misura quanto la spesa mensile delle famiglie in difficoltà, sia in media al di sotto della linea di povertà assoluta (cioè quanto siano “poveri” i poveri): il dato scende dal 20,3% del 2019 a 18,7% del 2020. Insomma: un disagio sempre più diffuso, anche se meno acuto, ma non per questo meno preoccupante. Sì, perché a fare i conti con la crisi, oggi, sono sempre più le famiglie (ed i single) della classe media che, non essendosi mai dovuti confrontare con le difficoltà economiche, si trovano sprovvisti di quel bagaglio di esperienza, proprio di chi, vivendo nel bisogno “cronico”, ha già potuto imparare bene a quali porte bussare per ottenere aiuto.

Un effetto del Reddito di Cittadinanza

L’anomalia di questo quadro, spiegano gli analisti dell’ISTAT, è dovuta all’introduzione del Reddito di Cittadinanza ed alle concomitanti misure adottate per fare fronte alla crisi della pandemia (Reddito di Emergenza, estensione della Cassa Integrazione Guadagni, ecc.). Interventi che hanno consentito alle famiglie in difficoltà economica – sia quelle scivolate sotto la soglia di povertà nel 2020, sia quelle che erano già povere – di mantenere una spesa per consumi non molto distante dalla soglia di povertà.

Sorpresa: il nuovo povero vive al nord

Nel 2020, l’incidenza delle famiglie in povertà assoluta si conferma più alta nel Mezzogiorno (9,4%, da 8,6%), ma la crescita più ampia si registra nel Nord dove la povertà familiare sale al 7,6% dal 5,8% del 2019.

Lo scorso anno le famiglie indigenti erano distribuite in egual misura al Nord (43,4%) e nel Mezzogiorno (42,2%). Nel 2020 arrivano al 47% al Nord contro il 38,6% del Mezzogiorno, con una differenza in valore assoluto di 167mila famiglie.

Anche in termini di individui è il Nord a registrare il peggioramento più marcato, con l’incidenza di povertà assoluta che passa dal 6,8% al 9,3% (10,1% nel Nord-ovest, 8,2% nel Nord-est). Sono così oltre 2 milioni 500mila i poveri assoluti residenti nelle regioni del Nord (45,6% del totale, distribuiti nel 63% al Nord-ovest e nel 37% nel Nord-est) contro 2 milioni 259 mila nel Mezzogiorno (40,3% del totale, di cui il 72% al Sud e il 28% nelle Isole).

Il welfare dei nonni

Laddove il welfare di stato non arriva, magari perché i documenti dicono che non siamo così in difficoltà da poter accedere agli aiuti, intervengono le persone più anziane che conservano livelli di benessere migliori.

Secondo un’indagine della Coldiretti, quasi 4 italiani su 10 hanno chiesto aiuto economico ai genitori, che restano un solido punto di riferimento per i figli anche quando non coabitano.

I dati ISTAT ci raccontano che l’incidenza della povertà assoluta raggiunge l’11% (oltre 1 milione e 127mila persone) fra i giovani (18-34 anni); rimane su un livello elevato, al 9,2%, anche per la classe di età 35-64 anni (oltre 2 milioni 394 mila individui), mentre si mantiene su valori inferiori alla media nazionale per gli over 65 (5,4%, oltre 742mila persone).

Quale futuro ci aspetta?

Se gli anziani rappresentano una sicurezza per il presente, che cosa accadrà al prossimo cambio di generazione?

I nonni di oggi (ed i loro nipoti), sono “fortunati”, perché le loro pensioni attualmente vengono calcolate con il metodo retributivo. Ma, nei prossimi anni, verranno liquidate progressivamente pensioni conteggiate con il metodo contributivo, che prevede importi notevolmente decurtati rispetto a quelli attuali. Tutto ciò senza considerare che, interventi come quota 100, inevitabilmente scaricheranno oneri sulle generazioni future.

Che cosa accadrà ai tanti precari e lavoratori in nero, che oggi certo una pensione non la stanno maturando?

Troppi giovani poi, pressati dalle esigenze economiche immediate, non si stanno rendendo conto dei rischi cui saranno soggetti nel futuro e, ancor meno, sono quelli che si potranno permettere contromisure, come il ricorso alla previdenza complementare.

Lo Stato potrà permettersi di allargare a dismisura la platea dei percipienti delle Pensioni di Cittadinanza? Ammesso che questo strumento resti ancora in funzione nei prossimi 20-30 anni…

La trappola della povertà

Nel corso di un recente confronto avvenuto online con il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Andrea Orlando e la professoressa Chiara Saraceno, che presiede il comitato scientifico per la valutazione del Reddito di Cittadinanza, i rappresentanti dell’Alleanza Contro la Povertà hanno presentato i risultati di una ricerca svolta da esperti e docenti universitari, sull’evoluzione della povertà in Italia in seguito della pandemia di Covid-19, e, contestualmente, hanno avanzato alcune proposte di modifica alle attuali misure.

“Il Reddito di Cittadinanza – si legge in una nota dell’Alleanza – ha costituito un importante argine al diffondersi della povertà durante la pandemia”, tuttavia si ritiene opportuno introdurre alcuni miglioramenti. La ricerca ha infatti evidenziato come il Reddito di Cittadinanza non sia attualmente disegnato in maniera adatta a favorire la transizione da una condizione di “sussidio” ad una “condizione occupazionale” né a fornire un adeguato sostegno economico che permetta di fuoriuscire dalla condizione di povertà con una progressiva emancipazione per coloro che presentano redditi molto bassi o irregolari.

Nella “nuova normalità” post-pandemia potremmo dover affiancare nuove categorie di bisognosi, come quei lavoratori che, pur avendo perso l’occupazione, non hanno accesso a sussidi (ad esempio gli autonomi). Ed anche chi un lavoro ce l’ha, ma non può contare su di un reddito sufficiente a far fronte a tutte le spese.

“Il disegno attuale del reddito di cittadinanza – afferma Stefano Sacchi, ordinario di Scienza Politica al Politecnico di Torino e membro del comitato scientifico dell’Alleanza contro la povertà in Italia – disincentiva la ricerca di lavoro, di fatto ti penalizza se lo trovi, dando luogo alla trappola della povertà”.

La proposta di una nuova forma di sostegno

Occorre una misura che incentivi i beneficiari a trovare lavoro anziché scoraggiarli. Uno strumento che consenta di cumulare reddito da lavoro e Reddito di Cittadinanza, con interventi mirati atti a rimuovere le cause (ad esempio la formazione inadeguata) che ostacolano una nuova occupazione. Tutto questo senza dimenticare chi, purtroppo, è sprovvisto della capacità di acquistare le competenze necessarie per inserirsi o re-inserirsi nel mondo del lavoro.

Una proposta, dunque, che prevede un approccio decisamente più vincenziano, capace di esprimere contemporaneamente vicinanza a chi non ce la fa e sostegno a chi desidera migliorare le proprie capacità sulla strada di una progressiva emancipazione dalla condizione di bisogno.

Sulle orme di Ozanam

Non è un caso che queste proposte vengano lanciate da una cordata di Organizzazioni di Volontariato, rappresentanze della società civile, sindacati ed altre realtà del Terzo Settore che hanno deciso di contribuire in maniera collettiva alla costruzione di adeguate politiche pubbliche contro la povertà assoluta nel nostro Paese. Perché è propria del Volontariato la capacità di incrociare i bisogni delle persone che vivono in difficoltà, di comprenderle “dal di dentro” e di farsene carico, nella misura in cui è possibile. Ed è il Volontariato ad avere il termometro della febbre dello stato sociale.

Qualche volta, tutti presi a confezionare pacchi, rischiamo di dimenticare (ma per fortuna non lo abbiamo fatto) che tra i ruoli più importanti della nostra Associazione (e delle OdV più in generale), accanto a quello di offrire un aiuto immediato, c’è quello di denuncia delle ingiustizie.

Scriveva il Beato Federico Antonio Ozanam: “È troppo poco soccorrere l’indigente di giorno in giorno; bisogna mettere mano alla radice del male e, per mezzo di sagge riforme, diminuire le cause della miseria pubblica” (dal discorso all’Assemblea Generale del 14 dicembre 1848).

Sì, perché se esiste una soluzione al problema della povertà questa passa non tanto per l’aiuto che mette temporaneamente a tacere un’emergenza, quanto attraverso l’intervento che permette di migliorare, a poco a poco, le condizioni dell’indigente, fino ad affrancarlo dalla condizione di bisogno. E questo lo possiamo e lo dobbiamo fare con uno sguardo al futuro, non proiettato soltanto sulla scadenza pressante, ma verso quell’orizzonte lontano che coinvolge il nostro intervento amicale verso le persone che affianchiamo, senza dimenticare il nostro diritto/dovere di proporre soluzioni che coinvolgano e motivino la società civile tutta e stimolino politici e governanti a correggere eventuali lacune ed imperfezioni legislative.

E, sono proprio i Volontari ad avere questa possibilità/responsabilità, perché meglio conoscono le esigenze di chi più soffre: “Ma noi siamo convinti – prosegue il Beato Antonio Federico Ozanam – che la conoscenza delle riforme debba essere appresa non tanto riflettendo sopra i libri o discutendo tra i politici, ma andando a visitare le soffitte in cui vivono i poveri, sedendo al capezzale del moribondo, sentendo il freddo che essi sentono e apprendendo dalle loro labbra la causa dei loro dolori. Quando noi avremo fatto questo non soltanto per pochi mesi, ma per molti anni, quando noi avremo studiato i poveri nelle loro case, nelle scuole e negli ospedali non solo in una, ma in molte città, allora noi cominceremo a capire un po’ del difficile problema della povertà. Allora avremo il diritto di proporre riforme che, invece di suscitare il terrore nella società, porteranno pace e speranza a tutti” (dal discorso all’Assemblea Generale del 14 dicembre 1848).

Ma il Reddito di Cittadinanza non è la panacea

Se è vero che il Reddito di Cittadinanza ha contribuito a ridurre l’incidenza della povertà in Italia, non possiamo certo considerarlo la soluzione ad ogni problema. Non dobbiamo dimenticare tutte le altre misure di contrasto alla povertà, dalle politiche abitative, all’accoglienza di migranti e rifugiati, all’aiuto ai senzatetto, all’assistenza alle persone ammalate o con disabilità o non autosufficienti, alle misure per il reinserimento nella società di ex-detenuti, alla mitigazione del disagio minorile…

Tutti settori in cui migliaia di Volontari appartenenti a più di milleduecento Conferenze in tutta Italia operano ogni giorno, oggi come 188 anni fa, al servizio della speranza.