
La paura che Dio può portare al posto tuo
Perché in quell’istante succede qualcosa di decisivo: quel problema non è più soltanto tuo. È nelle sue mani. E credimi, non esiste luogo più sicuro dell’amore di Dio. Tu non devi controllare tutto. Non devi risolvere tutto. Non devi portare da solo il peso del mondo. Devi solo fidarti
Il mio (in)solito commento al Vangelo
“Va’, tuo figlio vive” (Giovanni 4,43-54)
Immagina un padre. Non uno qualunque. Un uomo importante, un funzionario del re, uno abituato a essere ascoltato, a decidere, a comandare. Uno che probabilmente ha sempre avuto le risposte giuste al momento giusto.
Eppure c’è un luogo dove ogni potere umano si infrange come un’onda sugli scogli: il letto di un figlio che sta morendo. Lì non servono titoli. Non servono ricchezze. Non servono relazioni.
Davanti al dolore di un figlio, anche il cuore più forte diventa fragile come vetro. E così quest’uomo parte.
Tra Cana e Cafarnao ci sono ventisei chilometri. Sulla carta sembrano pochi. Ma quando tuo figlio sta morendo, quei chilometri diventano interminabili. Ogni passo è una preghiera che sale dal cuore. Ogni respiro è una domanda rivolta al cielo. Immaginalo mentre cammina. Avanza con l’angoscia che lo stringe allo stomaco. Marcia con il pensiero fisso su quel letto di dolore. Procede con un solo nome che gli martella dentro: Gesù. È la fede che gli muove le gambe. È la speranza che gli impedisce di fermarsi.
Finalmente lo trova. E, come farebbe qualsiasi padre disperato, vorrebbe afferrarlo, trascinarlo con sé, riportarlo a casa di corsa. Vorrebbe che Gesù fosse lì, accanto a quel bambino, davanti ai suoi occhi. Ma Gesù non si muove. Gli rivolge parole che sembrano quasi una provocazione: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete».
È una frase che scava dentro. Che mette a nudo il cuore. Che obbliga a fare i conti con la propria fede. Perché, se siamo sinceri, anche noi spesso ragioniamo così: prima il miracolo, poi la fede. Prima la prova, poi la fiducia. Ma Dio capovolge sempre i nostri schemi.
Il padre insiste, quasi implora: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». E Gesù pronuncia una frase brevissima. Una frase semplice. Una frase che sembra quasi troppo piccola per contenere un miracolo: «Va’, tuo figlio vive». Niente gesti solenni. Nessuna scena spettacolare. Solo poche parole.
Ed è proprio lì che accade il primo, vero miracolo. Non nella stanza del bambino. Non ancora. Il miracolo accade prima nel cuore di quel padre. Perché quell’uomo decide di fidarsi. Decide di credere a una parola pronunciata da qualcuno che non vedrà compiere nulla. Decide di tornare a casa senza prove, senza certezze, senza garanzie. E si rimette in cammino. Immagina quella discesa verso Cafarnao. Una strada lunga. Silenziosa. Una strada fatta di pensieri che si accavallano, di speranze che tremano, di dubbi che provano a farsi strada.
Eppure lui continua. Passo dopo passo. Respiro dopo respiro. Fede dopo fede.
Finché, a un certo punto, all’orizzonte compaiono delle figure. Sono i suoi servi. Corrono verso di lui. Lo cercano con lo sguardo. Hanno qualcosa da dirgli. E quando arrivano gridano una frase che gli cambia la vita. «Tuo figlio vive!». In quell’istante il padre capisce.
Capisce che il miracolo era già iniziato molto prima. Capisce che Dio non aveva bisogno di percorrere quei ventisei chilometri. Capisce che la potenza di Dio non ha bisogno di distanza, né di tempo, né di spazio. Gli era bastata una parola.
I miracoli migliori sono quelli che non fanno rumore. Quelli che nascono nel segreto della fiducia. Quelli che trasformano il cuore prima ancora di cambiare la realtà.
Perché la fede non è credere dopo aver visto. La fede è camminare quando ancora non vedi nulla. È continuare a sperare quando tutto sembra perduto. È tornare a casa fidandosi di una parola.
E forse, se siamo onesti, tutti noi abbiamo dentro qualcosa che ha bisogno di essere guarito. Una paura. Una ferita. Una speranza che sembra spegnersi. Per questo il Vangelo di oggi non parla soltanto di quel padre. Parla di ciascuno di noi.
Perché, anche nelle notti più buie, anche quando la strada sembra troppo lunga, anche quando la fede vacilla e il cuore trema, Dio continua a dirci la stessa frase. La stessa. Semplice. Potente. “Va’. La tua vita vive”.
Adesso prova a fare una cosa molto semplice. Una cosa che può cambiare il modo in cui guardi ciò che ti pesa nel cuore: pensa alla tua preoccupazione più grande. Quella che, quando arriva la notte e tutto tace, torna a bussare alla porta dei tuoi pensieri. Quella che ti stringe lo stomaco, che ti fa trattenere il respiro, che a volte ti dà quasi la sensazione di perdere l’equilibrio dentro.
E adesso immagina qualcosa di ancora più potente: immagina di prendere proprio quella preoccupazione — sì, proprio quella — e di metterla lentamente nelle mani di Gesù. Guardale bene, quelle mani. Mani che hanno guarito, sollevato, accarezzato, salvato. Mani che non hanno mai lasciato cadere nessuno. Visualizza la scena. La tua paura è lì. Tra le sue mani. E Gesù la accoglie senza stupirsi, senza giudicarti, senza rimproverarti. La prende con una calma disarmante, con quella serenità che solo chi sa amare davvero possiede.
Poi alza lo sguardo verso di te. E ti dice una frase semplice. Essenziale. Liberante: “Va’. E abbi fede”.
Respira.
Perché in quell’istante succede qualcosa di decisivo: quel problema non è più soltanto tuo. È nelle sue mani. E credimi, non esiste luogo più sicuro dell’amore di Dio. Tu non devi controllare tutto. Non devi risolvere tutto. Non devi portare da solo il peso del mondo. Devi solo fidarti.
E quando impari davvero ad affidare a Dio ciò che ti pesa sul cuore, scopri una verità sorprendente: ciò che prima ti schiacciava… improvvisamente non ha più lo stesso potere su di te. #Santanotte
Alessandro Ginotta

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