
Il peccato più antico: rubare la vigna di Dio
Mi vergogno. Sì, mi guardo attorno, vedo che cosa sta facendo l’uomo e mi vergogno. Abbiamo smarrito il rispetto per la vita. Abbiamo perso la memoria della storia. Abbiamo dimenticato di prenderci cura del mondo che ci ha donato Dio. Davvero ci crediamo molto diversi da quei vignaioli?
Il mio in(solito) commento al Vangelo
“Costui è l’erede. Su, uccidiamolo!” (Matteo 21,33-43.45)
La vedi quella vigna? Vieni, avvicinati. Camminiamo insieme tra i filari, lasciamo che il profumo della terra ci accompagni mentre il vento sfiora lentamente le foglie delle viti. Voglio presentarti il suo proprietario. È un uomo anziano, con lo sguardo mite e le mani segnate dalla fatica, mani che raccontano anni di lavoro paziente, di cura silenziosa, di amore versato goccia dopo goccia dentro ogni zolla di terra.
Perché una vigna non nasce per caso. Una vigna si sogna prima ancora di esistere. Si prepara con pazienza, si difende dalle pietre, si nutre con l’acqua e con il tempo. E quell’uomo ha fatto proprio questo: ha dissodato il terreno, ha piantato ogni vite con la delicatezza di chi sa di affidare alla terra qualcosa di prezioso. Ha costruito un muro per proteggerla, ha innalzato una torre per vegliarla, ha scavato un torchio immaginando già il vino buono che un giorno ne sarebbe sgorgato.
Quella vigna non è soltanto un campo. È il suo cuore. Ogni tralcio racconta una storia. Ogni germoglio custodisce un frammento della sua speranza. E lui li conosce tutti, uno per uno, come un padre conosce i suoi figli.
Poi arriva il momento di partire. Succede anche questo nella vita: arriva un tempo in cui dobbiamo affidarci agli altri, consegnare ciò che amiamo alle mani di qualcun altro. Così chiama alcuni contadini e affida loro la vigna. Non è solo un incarico. È un atto di fiducia enorme. Perché quando affidi qualcosa di prezioso a qualcuno, in fondo gli stai consegnando una parte di te stesso.
Passa il tempo. La vigna cresce. I grappoli maturano sotto il sole. Arriva la vendemmia.
Il padrone manda i suoi servi a raccogliere la parte di frutto che gli spetta. Un gesto naturale, quasi scontato. Eppure, nel cuore di quei contadini, qualcosa si è incrinato. Lentamente, quasi senza accorgersene, la gratitudine ha lasciato spazio alla pretesa. La responsabilità si è trasformata in possesso. L’incarico in arroganza.
E quando i servi arrivano, li accolgono con violenza. Li insultano. Li picchiano. Alcuni li uccidono.
Fa male leggere questa pagina del Vangelo. Fa male perché ci parla di fiducia tradita, di mani tese che vengono respinte, di un amore che continua a donarsi anche quando tutto sembra ormai perduto.
Il padrone, infatti, non si arrende. Continua a sperare. Continua a credere. E compie un gesto che ha qualcosa di disarmante, quasi di folle nella sua fiducia: manda suo figlio. “Avranno rispetto per lui”.
Ma quando i contadini lo vedono arrivare lungo il sentiero che conduce alla vigna, si scambiano uno sguardo complice. Un pensiero oscuro attraversa i loro cuori. “Ecco l’erede”. Per un attimo il tempo sembra fermarsi. Poi la frase che cambia tutto.“Su, uccidiamolo. E la vigna sarà nostra”.
Lo afferrano. Lo trascinano fuori dalla vigna. E lo uccidono.
E mentre Gesù racconta questa parabola, io sento qualcosa muoversi dentro. Perché capisco che questa non è soltanto una storia. Non è solo il racconto di contadini crudeli e di un padrone troppo buono.
È uno specchio. Quei vignaioli… siamo noi. Sì, proprio noi. Ogni volta che dimentichiamo che la vita non è nostra proprietà ma un dono immenso che ci è stato affidato. Ogni volta che pensiamo di essere i padroni del mondo, quando in realtà siamo solo custodi di una vigna che non abbiamo piantato noi.
Succede più spesso di quanto vorremmo ammettere. Uccidiamo il Figlio quando scegliamo l’egoismo invece dell’amore. Quando chiudiamo gli occhi davanti alla sofferenza. Quando lasciamo che l’indifferenza spenga lentamente il fuoco del nostro cuore. La storia si ripete. La folla urla. La croce si alza. E sembra finita.
Ma Dio non scrive mai la parola fine dove noi pensiamo che tutto sia perduto. Perché un masso, anche il più pesante, non potrà mai fermare la vita che viene da Dio. Non potrà mai imprigionare la luce che Lui continua a riversare nel mondo.
E così la pietra rotola via. La morte non ha l’ultima parola. L’odio non ha l’ultima parola. Il tradimento non ha l’ultima parola. La vita vince.
E sai qual è il miracolo più grande? Che quella pietra non rotola soltanto davanti al sepolcro di Gesù. Rotola anche davanti al nostro cuore.
Perché anche il cuore più indurito può tornare a battere. Anche chi si sente perduto può ritrovare la strada di casa. Anche chi ha sbagliato mille volte può rialzarsi e ricominciare.
Dio non si stanca mai di credere in noi. Mai. Per questo la vigna può tornare a dare frutto. Per questo la storia può cambiare. Per questo il mondo può essere diverso.
Fede.
Pace.
Amore.
Perdono.
Non sono soltanto parole.
Sono semi.
E basta il coraggio di piantarne uno, anche nel terreno più arido del nostro cuore, perché la vigna torni a fiorire #Santanotte
Alessandro Ginotta

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