• La Buona Parola - il blog di Alessandro Ginotta
  • alessandro.ginotta@labuonaparola.it
Il Padre Nostro: quando il cielo si fa casa

Il Padre Nostro: quando il cielo si fa casa

Non è una formula. È un abbraccio che attraversa il tempo. È un ponte tra la tua ferita e la sua grazia. È il cielo che si piega sulla terra e la terra che osa alzare lo sguardo

Il mio in(solito) commento a:
«Voi dunque pregate così» (Matteo 6,7-15)

Che cos’è la preghiera, se non un respiro dell’anima che si fa voce? Un sussurro che nasce nella parte più fragile di noi e, quasi senza che ce ne accorgiamo, si arrampica fino al cielo. È qualcosa che non si vede ma accade. Non si tocca ma trasforma. Non fa rumore eppure muove l’eternità.

Nel Vangelo secondo Matteo Gesù non ci consegna una formula magica. Ci consegna una relazione. «Voi dunque pregate così». Non ci chiede performance spirituali. Non pretende discorsi impeccabili. Ci insegna a chiamare Dio con il nome più disarmante che esista: Padre.

Fermati un attimo su questa parola. Padre.
Non è un titolo. È un legame. Non è distanza. È prossimità. Non è potere. È tenerezza.

Quando dici “Padre nostro” stai entrando in una casa che esiste da sempre e che ti aspettava. Stai riconoscendo che non sei un orfano nell’universo. Che la tua vita non è un incidente cosmico. Che qualcuno ti ha voluto. Ti vuole. Ti vuole ancora.

E forse il punto è proprio questo: Dio non sa stare senza di te. È il Dio con l’uomo, mai senza. Anche quando ti senti lontano. Anche quando hai smesso di pregare. Anche quando ti sembra di avere il cielo contro. Lui è lì. Presente. Vicino. In ascolto.

Gesù ci dice di non sprecare parole, di non moltiplicare frasi come se dovessimo convincere Dio a volerci bene. Perché l’amore non si mendica. Si accoglie. E il Padre sa già ciò di cui hai bisogno prima ancora che tu lo chieda. Questo non significa che non dobbiamo parlare. Significa che possiamo parlare senza paura.

Hai mai visto un bambino che si sveglia nel cuore della notte, spaventato? Non elabora un discorso. Non costruisce un’argomentazione teologica. Si alza. Corre. Chiama. E quando sente la voce del padre o della madre, il cuore si calma. Non perché il buio sia sparito. Ma perché non è più solo.

La preghiera è questo. Non elimina sempre il buio. Ma cambia la solitudine.

Nel Padre Nostro chiediamo il pane quotidiano. Solo quello di oggi. È una richiesta che sa di umiltà, di fiducia, di dipendenza buona. Non chiediamo scorte infinite. Chiediamo ciò che basta per attraversare questa giornata. È come dire: “Padre, cammina con me oggi. Domani lo affronteremo insieme”.

Poi diciamo: “sia fatta la tua volontà”. E qui la voce trema. Perché affidarsi è più difficile che chiedere. Chiedere è umano. Affidarsi è un salto.

È dire: “Mi fido di Te anche quando non capisco. Anche quando fa male. Anche quando la strada sale”.

E lo so, non è facile. Ci sono giorni in cui la volontà di Dio sembra incomprensibile. Ci sono croci che non avremmo scelto. Ferite che non abbiamo cercato. Eppure, proprio lì, nel punto in cui ci sentiamo più fragili, può brillare una forza inattesa. Come scrive Paolo: «Ti basta la mia grazia; la mia forza si manifesta nella debolezza» (2Cor 12,9).

A volte il miracolo non è che la prova scompaia. È che tu non crolli. È che resti in piedi. È che, nonostante tutto, continui ad amare.

E poi arriva quella frase che ci spoglia: “rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo”. Qui la preghiera smette di essere solo cielo e diventa terra. Non posso chiedere misericordia se non sono disposto a offrirla. Non posso desiderare un Padre che perdona e poi chiudere il pugno contro mio fratello.

Il Padre Nostro non è una filastrocca da recitare. È una scuola di vita. È un cammino di conversione. È un cuore che si allarga.

E nel climax di tutto resta Lui. Solo Lui.

Padre.
Pane.
Perdono.
Liberazione.

Non è una formula. È un abbraccio che attraversa il tempo. È un ponte tra la tua ferita e la sua grazia. È il cielo che si piega sulla terra e la terra che osa alzare lo sguardo. Se non trovi le parole, non forzarti. Siediti. Respira. Lascia che il cuore faccia ciò che sa fare meglio: battere. Anche quel battito è preghiera. Anche quel silenzio è ascoltato.

Perché la preghiera vera non è questione di eloquenza. È questione di verità. E Dio capisce benissimo il linguaggio della verità. Allora, stanotte, prova a dirlo piano. Senza fretta. Come un figlio: Padre nostro.

E lascia che quella parola ti ricordi chi sei. Amato. Da sempre. Per sempre.

#Santanotte

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “Il Discorso della Montagna”, di Carl Bloch, 1877, olio su rame, 104 × 92 cm, Museo di Storia Nazionale di Frederiksborg Castle, Hillerød, Danimarca

Sostieni labuonaparola.it

 Se ti piace questo blog sostienilo.
La tua donazione mi aiuterà a continuare a creare contenuti di qualità:

Ogni contributo, grande o piccolo, fa la differenza. Grazie per il tuo sostegno!


Vuoi i commenti di La buona Parola nella tua e-mail?

Iscriviti alla newsletter: è gratis e potrai cancellarti in qualsiasi momento!

Vuoi i commenti di La buona Parola nella tua e-mail?

Iscriviti alla newsletter: è gratis e potrai cancellarti in qualsiasi momento!

Continua a leggere