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Estirpare o non estirpare?

Estirpare o non estirpare?

Ma… come!? Non dovremmo forse estirparla, questa benedetta zizzania? È la prima cosa che ci verrebbe da fare, leggendo questo brano. Ci viene spontaneo immaginare il “nemico” che, nell’ombra, getta semi di male nei nostri campi. Eppure… eppure Gesù ci spiazza. Non ci chiede di sradicare nulla. Ci chiede di aspettare. Perché?

Il mio (in)solito commento a:
«Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura» (Matteo 13,24-30)

Forse oggi la parola “zizzania” ci fa pensare solo a pettegolezzi e litigi, ma – ti confesso – un tempo la si conosceva bene. Era quella pianta infestante, il lolium temulentum, che si mescolava con il grano buono e ne rovinava il raccolto. Era talmente simile al frumento che, se non si aveva occhio esperto, si rischiava di strappar via anche le spighe buone nel tentativo di liberarsene. Un danno doppio.

Ecco perché Gesù ci invita a non fare “pulizie” affrettate: perché noi, a differenza del Contadino Divino, vediamo solo la superficie. Siamo pronti a giudicare, a separare, a mettere etichette: buono, cattivo, degno, indegno. Ma la verità è che non sappiamo vedere nel cuore.

Quante volte mi sono ritrovato a voler “correggere” chi sbaglia, a pensare di dover intervenire subito, con fermezza, per “salvare” la situazione? Eppure, Gesù mi (ci) sta dicendo che non è questo il nostro compito. Il giudizio non spetta a noi. Il Signore ci invita alla pazienza, alla fiducia. Perché Lui, che vede anche nei punti più oscuri del nostro campo interiore, non si arrende. Non si arrende mai.

Ti faccio qualche nome? Disma, il buon ladrone, che in punto di morte ha trovato la via della salvezza. Saulo, persecutore implacabile dei cristiani, che sulle strade di Damasco è stato trasformato in Paolo, l’apostolo infaticabile. Zaccheo, il pubblicano, che da uomo disprezzato è diventato esempio di conversione. E potrei andare avanti. Perché Dio è così: vede germogli anche laddove noi vediamo solo sterpaglie.

E c’è una frase, nel Vangelo, che mi colpisce sempre: “Perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano” (v. 29). Che lezione di umiltà! Noi, con le nostre mani impazienti, rischiamo di fare più danni che altro. E, diciamolo, spesso la nostra fretta di giudicare nasce da un sottile orgoglio: quello di sentirci “migliori”, come il fariseo della parabola, che ringraziava Dio di non essere come “gli altri uomini, cattivi” (Luca 18,11-12).

Ma Gesù ci riporta al centro della questione: non perdere tempo a preoccuparti della zizzania, ma prenditi cura del buon grano. Sì, perché la zizzania è solo un parassita. Il cuore della tua vita è il buon seme che Dio ha piantato in te. È quello che merita attenzione, cura, dedizione. Il resto, fidati, lo lasceremo fare a Lui.

Gesù ci insegna che il bene e il male crescono insieme, in un intreccio che non sta a noi sciogliere. E mentre noi siamo lì a contare le erbacce, Lui sa aspettare. Guarda il nostro campo con occhi pieni di pazienza e misericordia: vede le macchie, sì, ma vede anche ogni germoglio di bene. E aspetta che quel piccolo bene maturi. Perché, per Dio, nessun seme è sprecato.

Che i pensieri più profondi del tuo cuore abbiano il profumo buono del grano maturo. Che sappiano crescere forti e pieni di vita, riempiendo la tua esistenza di raccolti meravigliosi #Santanotte

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “Pagamento del tributo”, di Masaccio, 1424-25, affresco, 255×598 cm, Cappella Brancacci, Basilica di Santa Maria del Carmine, Firenze

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