
Dio non guarda le mani, ma il cuore
Ci sono parole di Gesù che non accarezzano. Non consolano subito. Prima pungono. Poi curano. E questa è una di quelle
Scopri di più nel mio in(solito) commento a:
Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo (Mc 7,14-23)
Perché Gesù, oggi, non si ferma alla superficie delle cose, non discute di stoviglie, di mani lavate o di cibi proibiti. O meglio: parte da lì solo per portarci molto più in profondità. Fino al punto in cui spesso non vogliamo scendere. Fino al cuore. Al mio. Al tuo.
È come se Gesù ci stesse dicendo: smettila di guardare fuori, smettila di misurare la fede con il righello delle regole, smettila di nasconderti dietro ciò che “si fa” o “non si fa”. Perché Dio non abita nei formalismi. Dio abita nella verità.
Ai tempi di Gesù esistevano norme rigidissime, soprattutto sul cibo. Alcune avevano perfino una loro logica, una funzione di tutela della salute in un mondo senza fognature, senza igiene, senza conoscenze scientifiche. Ma il problema nasce sempre lì: quando una regola, anche sensata, smette di servire la vita e comincia a dominarla. Quando diventa più importante della persona che dovrebbe proteggere.
E allora accade l’assurdo. Si può distruggere una pentola, ma non ci si preoccupa di un cuore spezzato. Si può difendere il sabato, ma non salvare un uomo. Si può essere religiosissimi e, allo stesso tempo, profondamente lontani da Dio.
Gesù lo vede. E non tace. Anzi, alza la voce e chiama la folla. Come se volesse dire anche a me, anche a te: ascolta bene, perché qui è in gioco l’essenziale. Non è ciò che entra nell’uomo a renderlo impuro. È ciò che ne esce.
E questa frase ci disarma. Perché sposta tutto. Perché non ci permette più di dare la colpa all’esterno, alle circostanze, agli altri, al “sistema”. Ci costringe a guardarci dentro. A fare i conti con le parole che pronunciamo quando siamo stanchi. Con i giudizi che ci sfuggono dalle labbra quando nessuno ci sente. Con le cattiverie eleganti che rivestiamo di buone maniere. Con le esclusioni che giustifichiamo “in nome della fede”.
Gesù non usa giri di parole. Elenca ciò che nasce dal cuore quando il cuore si chiude: invidia, superbia, inganno, avidità, violenza, calunnia. Non temere di sporcarti le mani per amare, temi piuttosto di mantenere il cuore pulito solo in apparenza mentre dentro marcisce.
E allora capiamo. Capiamo che una fede che impedisce di guarire non viene da Dio. Che una religione che esclude non parla il linguaggio del Vangelo. Che un precetto che schiaccia l’uomo non rende gloria al Padre. Diffidiamo di una fede che controlla ma non accompagna. Di una fede che pesa ma non solleva. Di una fede che condanna sempre e non salva mai. Perché Dio non ha paura della nostra fragilità. Ha paura solo dei nostri cuori chiusi.
Quando le regole diventano più importanti delle persone, quelle regole smettono di parlare di Dio. E ogni volta che il “sabato” conta più delle lacrime di un uomo, quel giorno non è più santo. Perché santo è solo ciò che salva. Solo ciò che ama. Solo ciò che libera.
Forse dovremmo preoccuparci molto meno di ciò che mangiamo e molto di più di ciò che diciamo. Molto meno di ciò che appare corretto e molto di più di ciò che nasce dal cuore. Perché è da lì che passa la vita. O la morte.
Liberiamo allora la nostra anima dai vincoli inventati dall’uomo. E lasciamola volare. Non sulle ali del permesso, ma su quelle – potenti e leggere – dell’Amore che viene da Dio #Santanotte
Alessandro Ginotta

Sostieni labuonaparola.it
La tua donazione mi aiuterà a continuare a creare contenuti di qualità:
Ogni contributo, grande o piccolo, fa la differenza. Grazie per il tuo sostegno!
Vuoi i commenti di La buona Parola nella tua e-mail?
Iscriviti alla newsletter: è gratis e potrai cancellarti in qualsiasi momento!


