
Convertirsi, anche quando pensi di credere già
La conversione non è mai un rimprovero. È sempre una festa. È il momento in cui Dio ritrova ciò che ama da sempre e che, per mille strade traverse, si era smarrito: noi. E nello stesso istante, noi ritroviamo Lui. È un incrocio di sguardi che vale una vita intera. Due desideri che finalmente si incontrano. Due seti che si placano. Due gioie che si fondono in un’unica luce: quella del Risorto, che accende anche in noi una piccola, ma potentissima, risurrezione interiore
Il mio in(solito) commento a:
Tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele (Giovanni 1,43-51)
E attenzione: la conversione non è una faccenda riservata a chi “vive male” o a chi si sente lontano. No. La conversione riguarda anche – e forse soprattutto – chi già crede. Perché si può credere… senza convertirsi davvero. Si può conoscere Dio… senza lasciargli cambiare il cuore. Si può frequentare il Vangelo… senza permettergli di scavare dentro.
Nel Vangelo vediamo uomini normalissimi, immersi nella loro quotidianità, che dopo un solo incontro con Gesù non riescono più a tornare indietro. Nulla viene loro imposto. Nessuna predica. Nessuna costrizione. Basta uno sguardo. E all’improvviso tutto ciò che prima sembrava importante perde peso. Perché quando incontri Dio, ti accorgi che senza di Lui tutto il resto è incompleto. È come un ingranaggio che gira, gira… ma a vuoto. Gesù entra e rimette tutto al suo posto. E la vita, finalmente, ricomincia a funzionare.
La storia è sempre la stessa, eppure sempre nuova. Paolo, Zaccheo, la samaritana, la donna ferita nel cuore, il ladrone sulla croce. Cambiano i nomi, cambiano i contesti, ma il copione è identico: un incontro che spacca il tempo in due. Prima e dopo. Nessuno di loro era “pronto”. Nessuno era “degno”. Eppure Gesù li ha scelti così come erano. Perché Dio non aspetta che tu sia perfetto: aspetta che tu sia disponibile.
La conversione è proprio questo. Non un aggiustamento estetico. Non una mano di vernice. Ma una rinascita. Non la risurrezione della carne, bensì quella dell’uomo che torna alla vita dopo essere rimasto troppo a lungo nel buio. È l’uscita dalle tenebre interiori. È la fine di una sopravvivenza stanca. È l’inizio della vita vera.
E qui entra in scena Natanaele. Uno che credeva di sapere già tutto. Uno che aveva studiato, riflettuto, interpretato. Uno seduto sotto un fico, simbolo di chi scruta Dio con la testa più che con il cuore. Eppure basta un incontro. Gesù lo vede prima ancora che lui veda Gesù. Lo riconosce, lo smaschera, lo ama. E Natanaele crolla. Non per vergogna, ma per stupore. In un attimo lascia cadere certezze, schemi, convinzioni accumulate in anni di “religione”. E pronuncia parole enormi: «Tu sei il Figlio di Dio».
Ecco la conversione dei credenti. Quella più difficile. Quella che chiede il coraggio di dire: “Forse mi sono sbagliato”. Quella che chiede di lasciare Dio libero di sorprenderci, anche quando non corrisponde all’idea che ci eravamo fatti di Lui.
Gesù entra così nelle nostre vite: senza rumore, senza forzare la porta. Bussa. Attende. E se gli apriamo, non cambia solo qualche abitudine. Cambia noi. Radicalmente. In profondità. Ci dona occhi nuovi per guardare la realtà. Forze nuove per affrontare le ferite. Desideri nuovi per vivere sul serio. Non una vita tiepida. Ma una vita piena. Intensa. Vera.
Per convertirsi non serve tempo. Serve volontà. Basta un istante. A volte è sufficiente incrociare lo sguardo di Gesù per capire che non vogliamo più vivere come prima.
E quando accade, lo senti. Perché dentro di te qualcosa risorge. E quella luce… non la spegne più nessuno.
#Santanotte
Alessandro Ginotta

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