Come si testimonia il Vangelo?

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Perché il Vangelo va vissuto sulla pelle ed è nostra responsabilità testimoniarlo con ogni nostro gesto ed ogni nostra azione

Il mio in(solito) commento a:
La lampada si pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce (Luca 8,16-18)

Mi piace parlare di luce. È il principio di ogni cosa; pervade tutta la Bibbia, dalla prima all’ultima pagina. La luce colpisce gli occhi del lettore fin dal terzo versetto della Genesi: “Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu” (Genesi 1,3). E illumina il libro più bello del mondo fino all’ultima pagina dell’Apocalisse, dove leggiamo che Dio stesso è la luce che trionferà sulle tenebre nella Gerusalemme celeste: “Non ci sarà più notte; non avranno bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli” (Apocalisse 22,5; cfr. Isaia 60,19-20). Eh sì, Dio è luce, come leggiamo nella prima lettera di San Giovanni (cfr. 1Gv 1,5). Ora, la luce della Parola di Dio, che leggiamo nella Bibbia e ascoltiamo, piano piano entra dentro di noi e accende scintille dentro la nostra anima. È questa luce, questo calore, che brilla dentro di noi e ci trasforma. Ci rende migliori. Ci avvicina a Lui.

Sì, noi brilliamo della luce riflessa di Dio. Alcuni, tra noi, sono più luminosi: santi, beati, donne e uomini particolarmente vicini a Dio. Poi ci siamo noi, persone normali che conducono esistenze normali. Cerchiamo Dio, perché lo incontriamo sull’Altare, durante la Messa, oppure tra le righe dei Vangeli. Più lo cerchiamo, più brilliamo. La luce, che scaturisce dalla nostra anima, illumina il nostro cammino, aiutandoci a non inciampare. E, talvolta, un po’ della nostra luce rischiara anche il cammino di chi ci sta accanto. È così che diventiamo pagine viventi di Vangelo: lo diventiamo ogni volta che, nella nostra quotidianità, esprimiamo quei valori, quel modo di agire, quel modo di comportarci, che Gesù ci ha sempre insegnato.

Il Signore ci domanda di testimoniare, anche a chi è più distante, che cosa significa amare, perdonare, accogliere, servire… Ci chiede di lasciar trasparire dal nostro modo di fare, dal nostro relazionarci con gli altri, quelli che sono i principi cristiani che noi stessi abbiamo deciso di seguire. Perché esiste davvero un’alternativa a questo mondo arroccato ed individualista. Perché l’egoismo non è per forza destinato a trionfare. La nostra vita è quanto dobbiamo portare in strada. Il nostro esempio.

Tutto molto bello, vero? Però non dobbiamo perdere di vista una cosa: «Nessuno – ci dice Gesù – accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce» (v. 16). Eh no! Se le scintille della nostra anima sono accese non possiamo tenerle tutte per noi! Sarebbe un gran peccato, una mancanza! Perché il Vangelo va vissuto sulla pelle ed è nostra responsabilità testimoniarlo con ogni nostro gesto ed ogni nostra azione (“Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze” cfr. Matteo 10,27).

Chi cerca la luce, infatti, esce da sé e cerca: non rimane fermo a guardare cosa succede attorno a sé, ma si mette continuamente in gioco. Sta a noi riempire tutto il vuoto di questo mondo con la luce di Dio, prima che dalle tenebre esca qualche mostro e lo riempia di male: “Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare” (Giovanni 9,4).  Sta a noi agire. Sta a noi fare il bene. Sta a noi testimoniare la luce di Dio. Sta a noi diventare lampada da mettere sul moggio, perché proietti la sua luce su tutto ciò che ci circonda!

#Santanotte amici, ad ogni pulsazione del nostro cuore un raggio di luce esce da noi: è fatto d’amore, la sostanza di Dio. Sta a noi fare in modo che questa luce raggiunga il nostro prossimo, per accendere una lucina anche dentro di lui! Dio vi e ci benedica tutti!

Alessandro Ginotta

L’immagine di oggi ritrae la cupola del della cappella Aldobrandini (del SS. Sacramento), 1620, affresco di Guido Reni, Duomo di Ravenna

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