
Chi erano i figli del tuono?
Boanerghes. Un nome che, a pronunciarlo, sembra quasi far vibrare l’aria. Significa “figli del tuono”. E, fidati, Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, tuonavano eccome! Ce ne accorgiamo sfogliando le pagine dei Vangeli: lì dentro, la loro voce non passa mai inosservata.
Oggi voglio farti un commento (in)solito su una frase di Gesù che scuote il cuore:
«Il mio calice, lo berrete» (Matteo 20,20-28).
Immagina la scena: due giovani pieni di grinta, forse anche un po’ avventati, che parlano con quella spavalderia tipica di chi ha tanto coraggio da vendere, ma anche molta strada ancora da fare. Giacomo e Giovanni somigliano un po’ a Pietro, quel suo essere “fuori dagli schemi” che, guarda caso, è proprio ciò che li rende speciali agli occhi di Gesù. Li chiama con sé nei momenti più intensi: sul Monte Tabor, al Getsemani… Li vuole lì, accanto a sé.
Ma questa volta, a “sbottonarsi” troppo, è la loro mamma, Salomè. Si avvicina a Gesù e gli chiede, senza mezzi termini:
«Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno».
Una richiesta che, diciamocelo, ha l’effetto di una scarica di fulmini a ciel sereno. Un colpo basso. Una gaffe colossale. Eppure, lo sai cosa fa Gesù? Non si scompone. Non alza la voce. Non si lascia trascinare dalla tentazione di “metterli in riga”. Anzi, trasforma questa imbarazzante scena in una lezione d’amore. E ci dice:
«Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore…» (vv. 25-28).
È qui che nasce la teologia del grembiule. La lezione più bella di tutte: quella che Gesù ci ripeterà inginocchiandosi davanti a noi, cingendosi i fianchi con un asciugatoio, lavandoci i piedi, per portar via la polvere del nostro cammino e, con essa, anche i nostri peccati.
E mentre ci guardiamo i piedi, forse, ci scappa anche un mezzo sorriso pensando a quei due “figli del tuono”. Li abbiamo presi un po’ in giro, vero? Ma attenzione: loro, alla fine, sono diventati davvero grandi. Giovanni ci ha regalato il quarto Vangelo (lascia che te lo dica: per me, il più bello di tutti) e ci ha aperto le porte del Cielo con l’Apocalisse. Giacomo, invece, ha attraversato la Spagna, portando il Vangelo città dopo città. E questo non è forse diventare grandi?
Certo, anche loro hanno dovuto crescere. Restando vicino a Gesù, ascoltando la sua Parola, lasciandosi “modellare” dal suo amore. Ed è quello che possiamo (e dobbiamo) fare anche noi. Far crescere dentro di noi quei semi di grandezza che il Signore semina ogni giorno nel nostro cuore.
Ma c’è un’altra cosa che mi colpisce, e voglio condividerla con te. È un piccolo dettaglio, che rischia di passare inosservato: Gesù, davanti alla richiesta ambiziosa di Salomè e dei suoi figli, non si arrabbia. Non li rimprovera. Perché? Perché il loro desiderio è profondamente umano. Vogliono primeggiare. E quanto è facile riconoscersi in loro! Anche noi, spesso, sogniamo il “posto d’onore”. Ma Gesù ci mostra un’altra via: la via del servizio.
Quella strada polverosa, quella che attraversiamo anche noi ogni giorno, non è la passerella della gloria, ma il sentiero di chi si china per aiutare chi cade, di chi tende la mano senza fare calcoli, di chi ama senza condizioni. È la strada del grembiule annodato in vita e delle mani sporche di polvere. È la via di Dio, così diversa da quella degli uomini.
E allora capiamo che i nostri sogni di grandezza, spesso, non coincidono con quelli di Dio. Ma il Signore non ci ama meno per questo. Anzi, ci ama di più. Ci ama nei nostri scivoloni, nelle nostre fragilità, nei nostri tentativi un po’ goffi di “fare bella figura”. Ama Salomè, ama Giacomo e Giovanni, proprio perché sono così umani. Ama me. Ama te. Sempre.
E mentre si china per lavarci i piedi, ci insegna che la vera grandezza sta nel servizio. Nell’amore. Un amore che non misura, che non calcola, ma che si dona, così come Lui si è donato a noi.
E ci invita a fare lo stesso. Ad amarci. Come Lui ci ha amati #Santanotte
Alessandro Ginotta

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