Meditazioni e preghiere
Che cos’è un olocausto?

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Cristo tira fuori il lato migliore di noi e, facendo leva su quello, ci spinge a diventare persone diverse, più corrette, più buone, più attente, più disponibili, più generose.

Il mio in(solito) commento a:
Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero (Lc 17,11-19)

Dieci lebbrosi pregano Gesù, vogliono essere guariti. E Gesù li esaudisce. Miracolosamente la lebbra scompare. Ma uno solo tornerà indietro a ringraziare. Dove sono finiti gli altri?

Quante volte anche noi ci comportiamo proprio così? Quante volte abbiamo implorato Dio di farci una grazia, promettendo chissà quali sacrifici, per poi dimenticarcene non appena la nostra preghiera è stata esaudita?

Amici cari, mi pare di vedere alcune delle vostre teste annuire… e, ve lo assicuro, sto annuendo anch’io. Siamo sempre pronti a disperarci, piangere e piatire, quando ci troviamo nel bisogno. Ma poi? Dio però è buono e misericordioso e il suo cuore si intenerisce per noi, così come si è intenerito per i dieci lebbrosi. No, non stupiamoci di scoprire che Dio, in realtà, non si aspetta nulla in cambio. I voti, le promesse, quando riguardano la sfera materiale, lasciano il tempo che trovano. Non serve mercanteggiare, perché l’amore è gratis!

E’ lo stesso Gesù a ricordarcelo: “misericordia io voglio e non sacrificio” (Mt 9,13). Le stesse parole le troviamo anche scorrendo all’indietro le pagine della Bibbia. Le pronuncerà Osea, profeta vissuto nell’VIII secolo avanti Cristo: “Misericordia io voglio e non sacrifici, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Os 6, 6). E’ questo che ci chiede Dio: desidera che noi lo amiamo, che noi lo cerchiamo, che noi ci rivolgiamo a Lui. Che noi gli apriamo il nostro cuore. E non si aspetta che gli offriamo altro.

Ma che cos’è un olocausto? Si tratta di una pratica molto antica, derivata dal mondo pagano. In genere gli olocausti riguardavano un capo di bestiame che veniva sacrificato a Dio (o ad una divinità) bruciandolo integralmente: il fuoco consumava carne, grasso ed ossa, trasformando tutto in un fumo che saliva verso l’alto. Si riteneva, sbagliando, che la collera di Dio dovesse venire placata offrendo quanto l’uomo aveva di più prezioso: gli animali. Ma la fantasia dei pagani non conosceva limiti, tant’è che i Cananei, che vivevano proprio a due passi da Gerusalemme, talvolta sacrificavano perfino i bambini. E, nel passato, queste popolazioni veneravano una divinità chiamata Moloch, alla quale venivano sacrificati i primogeniti. Racconti che mettono i brividi.

E’ probabilmente una eco di questa barbara usanza a risuonare sinistramente nel sacrificio di Isacco. Ma, già venti secoli prima di Cristo, un angelo, esprimendo la volontà di Dio, aveva tracciato un punto di svolta: “L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male!»” (Genesi 22,12).

Dio non è un mostro a cui offrire sacrifici umani, ma un padre amorevole che desidera accompagnare i propri figli camminando insieme a loro, come farà Gesù. Egli non ha bisogno di nostre offerte, non desidera che noi ci priviamo di oggetti o, peggio ancora, di affetti. Dio desidera soltanto che noi volgiamo gli occhi a Lui. Che il nostro cuore non sia sempre concentrato sul denaro, sul lavoro, sulle preoccupazioni terrene, ma, come un innamorato, anela l’attenzione della persona amata: noi. Dio desidera che noi lo cerchiamo. Che il nostro cuore sia dedicato a Lui. Nessuno sforzo, nessun sacrificio, nessuna punizione, nessuna privazione. Solo amore. Questa è la semplice richiesta di Dio.

Ecco Gesù: entra, si avvicina, ascolta, guarisce. Il Dio-con-noi cammina davvero in mezzo a noi, entra, si interessa a quello che diciamo, a quello che siamo, ci ama. E il suo amore ci trasforma. Ci muta profondamente proprio partendo dal nostro interno. Cristo tira fuori il lato migliore di noi e, facendo leva su quello, ci spinge a diventare persone diverse, più corrette, più buone, più attente, più disponibili, più generose.

Ma non si fa “cadere dall’alto” oh no! Gesù non è un Dio al quale portare doni e sacrifici salendo sulle scale di un tempio. No! Gesù è un Dio che scende in strada e viene in mezzo a noi. Entra da noi, dove noi viviamo. Ed è lì che ci guarisce. Ed è lì che ci salva. E’ un Dio che si muove e non ha paura di sporcarsi le mani. E’ un Dio che viene verso di noi per ascoltarci. E’ un Dio che si fa prossimo. E’ un Dio che, dopo aver abolito i sacrifici, si sacrificherà Lui stesso per noi. Per la nostra salvezza.

#Santanotte amici, chiediamo a Dio di entrare nelle nostre case, di venire nei nostri cuori e di guarirci da ogni male, fisico e spirituale. Ma ricordiamoci di amarlo, a nostra volta e… di tornare indietro a ringraziarlo!

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “Cristo crucificado”, di José Ferraz de Almeida Júnior, 1889, olio su tela, 240×180 cm, Pinacoteca do Estado de São Paulo, Brasile