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A che serve disperarsi?

A che serve disperarsi?

Non perderti nel buio. Dio, che è Luce, anche nelle ore più tenebrose della tua notte, rischiari la tua vita ed il tuo cammino!

Il mio in(solito) commento a:
Passione del Signore (Giovanni 18,1- 19,42)

Tu sai che a me piace sorprenderti. Ed oggi voglio farlo con il Vangelo della Passione: in assoluto il più lungo brano che la Liturgia proponga per una giornata. Lo conosciamo tutti: narra le ultime ore di vita di Gesù. Ma oggi ti parlerò di altri due personaggi che un po’ si nascondono tra i versetti.

Già, a che serve disperarsi? A nulla! Anzi, disperarsi chiude il cuore ed impedisce alla grazia ed all’amore di Dio di rafforzare la nostra anima e salvarci. Lo sa bene San Pietro che in questo contesto si comporta come se fosse l’emblema della fragilità umana: finché Dio fa sentire la sua presenza, finché cammina accanto a Gesù che opera miracoli, la sua fede appare granitica; addirittura al momento della cattura di Cristo sul Monte degli Ulivi si espone sguainando la spada e difendendo il Maestro. Mozzerà l’orecchio di Malco, servo del sommo sacerdote. Poi? Non appena Gesù viene allontanato dalle guardie, il suo ardore si volge in timore: “Simon Pietro, con un altro discepolo, seguiva Gesù. Quell’altro discepolo conosceva il sommo sacerdote, perciò riuscì a entrare insieme con Gesù nel cortile del palazzo. Pietro invece rimase fuori vicino alla porta. Allora l’altro discepolo (così San Giovanni evangelista chiama sé stesso), che conosceva il sommo sacerdote, uscì, parlò alla portinaia e fece entrare anche Pietro. La portinaia disse a Pietro: «Sei anche tu un discepolo di quell’uomo?» Ma Pietro disse: «No, non lo sono». I servi e le guardie avevano acceso un fuoco di carbone e si scaldavano, perché faceva freddo. Anche Pietro stava insieme con loro vicino al fuoco” (Giovanni 18,15-18). Cristo viene interrogato, “Intanto Simon Pietro era rimasto a scaldarsi. Qualcuno gli disse: Mi sembra che tu sei uno dei suoi discepoli. Ma Pietro negò e disse: «Non sono uno di quelli». Fra i servi del sommo sacerdote c’era un parente di quello che aveva avuto l’orecchio tagliato da Pietro. Gli disse: «Ma io ti ho visto nel giardino, con Gesù!». Ancora una volta Pietro disse che non era vero, e subito un gallo cantò” (Giovanni 18, 25-27). Una portinaia, un servo, un gallo. E tutto il coraggio del primo tra gli apostoli svanisce. Mi piace integrare il racconto di San Giovanni con le parole di San Luca: “Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito, pianse amaramente” (Luca 22,61-62). Le lacrime di Pietro grondano pentimento, ma tradiscono anche la vergogna per non essere riuscito ad attenersi alla sua promessa: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!» (Giovanni 13,37). Solo poche ore prima il coraggio, ora che Cristo è tenuto lontano dalle guardie non solo non lo vuole seguire, ma la paura lo costringe a rinnegarlo. La fede, lontano da Dio, vacilla sempre. Anche dentro di noi, quando ci ostiniamo ad allontanarci da Lui. Perché, come scrive San Paolo: “Non son più io che vivo: è Cristo che vive in me” (Galati 2,20). Sì, la nostra vera vita é con Cristo, senza di Lui non siamo nulla.

Per altri versi, anche il secondo protagonista di questo brano, Giuda Iscariota, scopre l’amarezza di tradire Colui che é alla base della nostra vita. Anche lui, empio e scellerato, dopo aver venduto la sua salvezza per 30 misere monete d’argento, si accorge di aver compiuto l’errore più grave della storia dell’umanità. Ma, a differenza di Pietro che, nella sua consapevolezza di non essere abbastanza forte, ha saputo trovare nel suo pentimento un barlume di fede che, pian piano, come una fioca luce, lo ha ricondotto a Dio, Giuda Iscariota annega, anzi, soffoca nella sua disperazione. Non riesce a vedere, oltre al buio che gli velava gli occhi, neppure una tenue luce che lo avrebbe potuto rimettere nella retta via.

Questa è la disperazione, ci offusca la vista e la mente, non ci consente di vedere il bello che ci circonda, non ci permette di farci guidare dalla luce di Dio. Non dobbiamo mai perdere la speranza, perché con lei, avremo smarrito Dio.

#Santanotte Non perderti nel buio. Dio, che è Luce, anche nelle ore più tenebrose della tua notte, rischiari la tua vita ed il tuo cammino!

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “Cristo di San Giovanni della Croce” di Salvador Dalì, 1951, olio su tela, 205×116 cm, Kelvingrove Art Gallery and Museum, Glasgow, Scozia

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