
Davanti a Dio non conta essere luminosi, ma lasciarsi accendere
C’è un luogo dentro di te dove nessuno entra davvero. Un luogo che sfugge agli occhi degli altri e perfino alle immagini che tu stesso cerchi di offrire di te. È una stanza interiore, piccola e sconfinata. Tu, senza copione. Tu, senza applausi. Tu, con le tue stanchezze taciute, le tue ferite ben vestite, le tue domande rimaste a metà e quella fame di amore che, anche quando provi a nasconderla, continua a respirare sotto la cenere
Il mio in(solito) commento al Vangelo
«Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà»
Matteo 6,1-6.16-18
Ed è lì che Dio ti vede. Ti vede nel punto esatto in cui tu temi di essere meno amabile. Ti vede quando sorridi per non far preoccupare nessuno, quando fai del bene senza avere la forza di raccontarlo, quando preghi con parole povere e magari ti sembra perfino di pregare male. Ti vede quando ti senti piccolo, incoerente, confuso, eppure continui a cercarlo con quel filo sottile di fede che resiste anche nelle giornate in cui tutto sembra spento.
E questa è una notizia immensa: Dio non aspetta la tua versione migliore per amarti, ma ti raggiunge nella tua verità.
Gesù oggi ci porta proprio lì, lontano dalla tentazione di trasformare la fede in una medaglia da mostrare sul petto. Ci parla dell’elemosina, della preghiera, del digiuno, cioè di gesti bellissimi, profondi, capaci di aprire il cuore e cambiare la vita, ma ci avverte che perfino le cose più sante possono svuotarsi, se le utilizziamo come “strumenti per essere ammirati”.
Perché il bene fatto per essere visto rischia di perdere il suo profumo. La preghiera recitata per sentirsi superiori si piega su se stessa. Il digiuno esibito come prova di bravura spirituale diventa una dieta dell’ego, più che una libertà dell’anima. Il problema, allora, non è mai il gesto. Il problema è il cuore che lo abita.
Una genuflessione può essere un atto d’amore meraviglioso, un abbandono silenzioso davanti al Mistero, un modo tenerissimo per dire: “Signore, sei più grande di me”. Ma può anche diventare una postura senza anima, se dentro ci sentiamo migliori di chi prega in modo diverso. Una mano tesa per ricevere l’Eucaristia può essere un gesto di accoglienza struggente: “Vieni, Signore, entra nella mia vita, posati sulla mia povertà, nutrimi di Te”. E anche ricevere il Corpo di Cristo sulla lingua può essere un segno altissimo di adorazione, se nasce da una scelta consapevole, libera, abitata dall’amore. Dio però non si ferma alla superficie del gesto. Attraversa la forma e cerca il fuoco.
E allora ti chiedo, con delicatezza, come lo chiederei prima di tutto a me stesso: quando compi un atto di fede, lo fai perché ti avvicina a Cristo o perché ti fa sentire più al sicuro nella tua idea di perfezione? Quando difendi un modo di pregare, stai custodendo l’amore oppure stai costruendo una distanza? Quando guardi chi vive la fede con passi diversi dai tuoi, riesci ancora a riconoscere in lui un figlio amato dallo stesso Padre?
La verità è che il peccatore consapevole della propria fragilità spesso ha una strada aperta davanti a sé, perché sa di avere bisogno di essere salvato. Il presuntuoso, invece, rischia di restare fermo davanti alla porta del Regno, convinto di essere già dentro. È una tragedia sottile: avere Dio sulle labbra e perdere il gusto della misericordia; difendere la fede con durezza e dimenticare il cuore di Cristo; conoscere tutte le formule e non accorgersi del fratello che sanguina accanto.
Il Vangelo oggi ti libera da una fatica enorme: quella di dover sembrare santo. Gesù non ti chiede una vita da esibire, ma un cuore da consegnare. Non ti domanda una fede perfetta, ti invita a una fede vera. E la fede vera, credimi, non sempre brilla in pubblico; a volte trema nel silenzio, piange di nascosto, ricomincia senza far rumore, ama senza ricevere grazie, perdona senza essere compresa.
Ci sono anime che il mondo non applaude, ma che il cielo riconosce subito. Forse anche tu porti nel cuore un bene che nessuno ha visto. Una rinuncia taciuta. Una carezza data quando eri tu ad aver bisogno di essere consolato. Una preghiera sussurrata in macchina, in cucina, in una stanza buia, mentre cercavi di tenere insieme i pezzi della giornata. Forse hai amato senza essere ringraziato, hai servito senza essere nominato, hai resistito senza che qualcuno si accorgesse della battaglia che stavi combattendo.
Ascolta bene: nulla di tutto questo è perduto. Il Padre tuo vede nel segreto. Vede ciò che gli altri ignorano, raccoglie ciò che il mondo lascia cadere, custodisce ciò che tu stesso hai quasi dimenticato. E la sua ricompensa non è un premio da vetrina, ma una pace che scende dentro, una luce che non fa rumore, una certezza dolcissima: essere visti da Dio basta a salvare dall’invisibilità.
Perché il segreto non è il luogo dove sparisci. È il luogo dove Dio ti ritrova. Lascia pure che il mondo insegua gli applausi. Tu cerca lo sguardo del Padre. Perché chi vive per essere ammirato riceve una ricompensa fragile, ma chi ama nel segreto diventa casa di Dio. E davanti a Dio non conta apparire luminosi. Conta lasciarsi accendere #Santanotte!
Alessandro Ginotta

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