Meditazioni e preghiere
Siamo davvero pecore per Gesù?

Siamo davvero pecore per Gesù?

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Siamo gregge, non pecoroni! Oggi scopriremo insieme che non è affatto umiliante essere paragonati a pecore da Gesù, al contrario, dobbiamo sentirci un gregge prezioso ed amato dal Signore.

Il mio in(solito) commento a:
Io sono la porta delle pecore (Giovanni 10,1-10)

Pescatori e pastori. Sono mestieri umili, vicini alla gente. Come Gesù ha voluto e vuole farsi prossimo a tutti noi. Vicino ai nostri problemi, alle nostre difficoltà, Egli desidera essere stimolo per le nostre buone azioni e, quando lo ascoltiamo, freno per quelle cattive. Prima ancora dei Re Magi, sono stati proprio i pastori ad adorare Gesù, a Betlemme. E se vorremo sfogliare a ritroso le pagine della Bibbia, incontreremo innumerevoli figure di pastori. Gli stessi Davide e Mosè, re e profeti, furono pastori di greggi, prima di diventare guide del gregge di Dio.

“Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi” (Matteo 20,16). Allora andiamo a guardarlo da vicino uno di questi ovili, dove uomini normali, crebbero, nella loro umiltà, fino a diventare indiscusse guide politiche e religiose. Vedete, amici cari, gli ovili erano in realtà costruzioni molto semplici, come quel cerchio di sassi laggiù, su quel colle che si affaccia sul Mare di Tiberiade. Un recinto, neppure troppo alto: pietre non lavorate, ammonticchiate l’una sull’altra, per formare un muro a secco. Lungo questo muricciolo una sola apertura: la porta delle pecore. Era così stretta che un solo animale alla volta la poteva attraversare. Questo per difendere meglio il gregge, ma anche per agevolare il compito del pastore, che era quello di non perdere neppure un animale. Così, ogni volta che questi conduceva gli animali al pascolo, li contava uno ad uno: «Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli» (Matteo 18,12-14). Perché così come ogni animale, è estremamente prezioso per il proprio pastore, così ciascuno di noi, è infinitamente importante per Dio.   

Così Gesù si raffigura, contemporaneamente, come il Buon Pastore che si prende cura degli animali del proprio gregge, ma anche come la porta, attraverso la quale gli animali possono entrare per rifugiarsi in un luogo sicuro e, quando necessario, uscire per andare al pascolo. Il muretto a secco che vediamo laggiù riesce a tenere lontani i lupi e gli altri predatori. E spesso diventa un ostacolo troppo difficile perfino per il ladro, che arriva di soppiatto per scavalcare il recinto nel buio della notte. Questo malfattore è il demonio, che con le sue menzogne tenta, di tanto in tanto, di impadronirsi di qualche pecora. Ma Gesù le difende. E quando è l’ora di andare al pascolo, si mette alla testa del gregge e lo guida: 

Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia,
mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.
(Salmo 23)

E proprio un salmo composto 3000 anni fa, da Davide, il re pastore, ci accompagna a scoprire il mistero di un Dio pastore, innamorato del proprio gregge. E’ una delle pagine più lette dell’Antico Testamento ed illustra molto bene il concetto di questo Dio che ci protegge, ci guida da vicino, che prepara una mensa per noi (avete notato come ricorda l’Eucaristia?), ci parla di un calice che trabocca, come quando Gesù, compiendo un miracolo, non si accontenta del prodigio, ma ci stupisce sempre con la sua sovrabbondanza. Pensiamo, ad esempio, alle ceste che servirono per raccogliere gli avanzi dei cinque pani e due pesci spezzati, dopo che cinquemila persone si furono saziate:  «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (v. 10). Ed è anche un Dio che ci fa una promessa: abiteremo nella casa del Signore per lunghi giorni. «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato» (v. 9).

#Santanotte amici cari, fidiamoci di questo Pastore di cui conosciamo la voce. La voce di Dio che è forte e dolce insieme, che ci indirizza, ci protegge, ci consola e ci medica. 

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “Il Buon Pastore” di Philippe de Champaigne, 1650, olio su tela, Musée des Beaux Arts, Tours, Francia