Perché esiste tanto male nel mondo?

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Perché esiste il male? Perché tanta sofferenza nel mondo? Perché Dio permette questa guerra? Perché ha permesso la pandemia?

Il mio in(solito) commento a:
Cercavano di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani (Giovanni 10,31-42)

Sono solo alcuni degli interrogativi che mi sono posto. La maggior parte degli scrittori, davanti a questi temi, si limita a porre delle domande per sollecitare la riflessione del lettore. Io non volevo fermarmi a questo, così ho deciso di mettermi in gioco: dopo aver meditato, pregato, letto e riletto infiniti passi della Bibbia e commenti dei Padri della Chiesa, ho proposto le mie risposte in “Gli ultimi cento giorni con Gesù”. Saranno quelle giuste? Per me sì. Ma è solo avvicinandosi al grande mistero di Dio che, a poco a poco, lo si può scoprire meglio.

Così oggi ho deciso di regalarvi questa pagina, che si riferisce proprio al brano di Vangelo che la Liturgia propone per oggi.

Ci parla di un Gesù braccato dai Giudei, che tentano di lapidarlo. Noi, uomini, minacciamo, insultiamo, rincorriamo, tentiamo di assassinare il Figlio di Dio. Eppure Cristo ha dimostrato, guarendo ammalati, risuscitando morti, scacciando demoni, sfamando folle, trasformando acqua in vino e perfino camminando sulle acque, di non essere un uomo normale: “se non credete a me, credete alle opere”.

Scopriamo anche che il Padre non ha “salvato” Gesù evitandogli la passione e la morte, come avremmo pensato e voluto noi. Sarebbe bastato uno schiocco di dita per schiodare Gesù dalla croce e far fuggire all’istante soldati e Giudei che lo avevano crocifisso. Ma non è così che dovevano andare le cose. Perché tutti noi sappiamo che, è attraversando la croce, e non scavalcandola, che Cristo ha potuto vincere la morte, con la Risurrezione. Gesù, non senza sofferenza, ha accettato la volontà del Padre. Anche noi, nonostante l’istinto umano voglia ribellarsi, dovremmo avere fiducia. E smettere di pensare che possiamo dettare a Dio le nostre leggi, e spiegargli come ci dovrebbe salvare.

Perché esiste il male?

E’ la domanda che si è posto Giobbe il giusto, al culmine della sua disperazione. Ma che cos’è il male? Perché Dio lo permette? Pensiamo un istante, amici cari: può Dio, che ha creato il mondo e l’uomo a sua immagine e somiglianza, che ci ha amati a tal punto da inviare sulla terra il proprio figlio a morire per noi, a farsi Pane per la nostra salvezza, può quel Pastore che non esita a lasciare le novantanove pecorelle per inoltrarsi nel deserto a cercare la centesima, l’unica che si sarà smarrita… può Dio che ci ama a dismisura, desiderare il male per noi?

Già vedo le vostre teste che si scuotono: no! Non può. E allora perché il male è presente nel mondo? Vedete, amici, ci sono due tipi di male: uno che dipende da noi, dalla nostra cattiveria, dalla nostra negligenza, dalla nostra bramosia di possedere tutto e tutti, dal nostro orgoglio. E’ un “male che fa male”, perché si potrebbe evitare, se soltanto nelle nostre vene circolasse più amore e meno invidia. E’ il male che ci conduce all’inferno, proprio perché, scegliendo liberamente di commetterlo, pecchiamo contro il comandamento dell’amore: se nuociamo al nostro fratello significa che non lo amiamo (cfr. Luca 10,25-28). E’ il male commesso da Pilato, quello di questa guerra spietata, quello di Hitler, quello degli assassini e di ogni uomo che, deliberatamente, sceglie il male.

E poi ci sono le tragedie, come quella della torre di Siloe che cade sulle persone ignare e le uccide. Come la pandemia. O i terremoti. Un male che, se proprio vogliamo andare a guardare alla radice, deriva comunque da una scelta: quella del demonio. Sì, Satana scelse deliberatamente di non riconoscere Dio: si riteneva superiore e lo sfidò.

Ma che c’entra questo con le disgrazie che accadono? C’entra, amici cari! Perché sotto le sembianze del serpente, fu proprio il Male in persona ad ingannare Eva ed a spingere Adamo a compiere il peccato originale, aprendo così una ferita, tra materia e spirito. Una ferita che ancora oggi sanguina. L’eco di quella scelta compiuta dal primo uomo, che riverbera la scelta, ancora peggiore, operata dal demonio quando ancora era in cielo, sta ancora ripercuotendosi sulla materia. L’universo intero vibra e stride come un violino con una corda rotta in seguito all’azione scellerata del demonio. L’armonia del cosmo è ancora oggi turbata e deturpata da quel peccato che ha separato l’uomo da Dio.

E, il male, amici cari, esiste come “vuoto di bene”. Dove non c’è l’amore c’è il male. Nel cuore di Satana, orgoglio ed invidia sono cresciuti a dismisura, ed hanno allontanato l’amore. Ecco che, chi un tempo era un angelo, è diventato il principe dei demoni. Creature angeliche che, nella grande libertà che Dio ha lasciato a loro (ed a noi) hanno scelto di operare il male. Hanno scelto di allontanarsi da Dio. E così, anche oggi, all’inferno vanno quelle anime che hanno scelto volutamente di allontanarsi da Dio. Che hanno deciso di non accogliere la sua offerta di perdono.

Dio non ci ha lasciati soli in balìa del male, ma ha mandato il proprio Figlio per salvarci e dare un senso anche al dolore. Al di là di ogni spiegazione logica che possiamo escogitare, infatti, la fede è l’unica vera risposta al dramma della sofferenza.

Noi crediamo che Dio stesso, per mezzo del proprio Figlio, condividendo la nostra natura umana, ha sperimentato il dolore, l’ingiustizia, la persecuzione, la morte. Come leggiamo nel Vangelo di Giovanni: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Giovanni 3,16). In questo modo Gesù Cristo, il Figlio di Dio, si è unito alla passione di ogni essere umano, a tutti coloro che soffrono, sono malati, torturati, segnati da malattie o vittime di tragedie.

Il dolore ci dilania il petto, la sofferenza ci lascia muti e paralizzati, ma noi abbiamo una certezza: quella di non essere soli. Quella che Dio soffre accanto a noi. E se la nostra mente non è abbastanza per contenere il grande mistero di Dio, della vita umana e della morte, accontentiamoci di contemplarlo.

Allora proviamo a salire anche noi su quella croce, accanto a Gesù. Vediamo le cose da un’altra prospettiva. Dall’alto scorgiamo il male compiuto dall’uomo, rendiamoci conto del dolore che provochiamo con il nostro male agire, od anche solo con il non agire. E invochiamo anche noi il perdono come fece san Disma, il buon ladrone: “Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23,42). E ci sentiremo pervasi di tutto l’amore di Gesù che ci risponderà: “Oggi sarai con me in Paradiso” (cfr. Lc 23,43).

#Santanotte amici. Se proveremo a guardare le cose dall’alto della croce, scopriremo che ciascuno di noi è davvero amato personalmente e fino alla fine. Dio ti ama. Ama proprio te!

Alessandro Ginotta

Cupola della chiesa di San Nicola, 1848, isola di Syros, Grecia
Cupola della chiesa di San Nicola, 1848, isola di Syros, Grecia

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