Papa Francesco in sinagoga: come fratelli e sorelle davanti al nostro Creatore

Papa Francesco in sinagoga: come fratelli e sorelle davanti al nostro Creatore

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A 50 anni dal Concilio Vaticano II e dalla Nostra Aetate, il Papa si è recato in visita al Tempio Maggiore di Roma. Francesco è stato il terzo pontefice, dopo Benedetto XVI e San Giovanni Paolo II, ad entrare la Sinagoga di Roma. “Un atto compiuto tre volte – ha osservato il Rabbino Capo Di Segni – secondo la tradizione rabbinica diventa hazakà (consuetudine)”.

L’accoglienza è stata estremamente cordiale ed amichevole. Una ventina di applausi hanno interrotto ripetutamente il discorso di Papa Francesco.

Papa Francesco in sinagoga: come fratelli e sorelle davanti al nostro Creatore

“Sono felice di trovarmi oggi con voi in questo Tempio Maggiore” ha esordito il Papa che, dopo aver ringraziato il Dottor Di Segni, la Dottoressa Dureghello, l’Avvocato Gattegna e tutti i convenuti  per la calorosa accoglienza ha aggiunto: “le nostre relazioni mi stanno molto a cuore”. Già a Buenos Aires “ero solito andare nelle sinagoghe e incontrare le comunità là riunite, seguire da vicino le feste e le commemorazioni ebraiche e rendere grazie al Signore, che ci dona la vita e che ci accompagna nel cammino della storia”.

Il legame spirituale tra ebrei e cristiani

Nel corso del tempo, si è creato un legame spirituale, che ha favorito la nascita di autentici rapporti di amicizia e anche ispirato un impegno comune. Nel dialogo interreligioso è fondamentale che “ci incontriamo come fratelli e sorelle davanti al nostro Creatore e a Lui rendiamo lode, che ci rispettiamo e apprezziamo a vicenda e cerchiamo di collaborare”. E nel dialogo ebraico-cristiano c’è un “legame unico e peculiare”, in virtù delle radici ebraiche del cristianesimo: “ebrei e cristiani devono dunque sentirsi fratelli, uniti dallo stesso Dio e da un ricco patrimonio spirituale comune” (cfr. Nostra Aetate,4), sul quale basarsi e continuare a costruire il futuro.

Papa Francesco in sinagoga: come fratelli e sorelle davanti al nostro Creatore

Papa Francesco ha ricordato che Giovanni Paolo II, nel 1986, coniò “la bella espressione fratelli maggiori” e infatti “voi siete i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori nella fede”.

“Tutti quanti – ha proseguito Francesco – apparteniamo ad un’unica famiglia, la famiglia di Dio, il quale ci accompagna e ci protegge come suo popolo. Insieme, come ebrei e come cattolici, siamo chiamati ad assumerci le nostre responsabilità per questa città, apportando il nostro contributo, anzitutto spirituale, e favorendo la risoluzione dei diversi problemi attuali”.

“Mi auguro che crescano sempre più la vicinanza, la reciproca conoscenza e la stima tra le nostre due comunità di fede. Per questo è significativo che io sia venuto tra voi proprio oggi, 17 gennaio, quando la Conferenza Episcopale Italiana celebra la Giornata del dialogo tra cattolici ed ebrei”.

Papa Francesco in sinagoga: come fratelli e sorelle davanti al nostro Creatore

Da indifferenza e opposizione a collaborazione e benevolenza

Riprendendo uno stralcio del discorso pronunciato in Piazza San Pietro il 28 ottobre scorso, Papa Francesco ha ribadito: “Una speciale gratitudine a Dio merita la vera e propria trasformazione che ha avuto in questi cinquant’anni il rapporto tra cristiani ed ebrei. Indifferenza e opposizione si sono mutate in collaborazione e benevolenza. Da nemici ed estranei, siamo diventati amici e fratelli. Il Concilio, con la Dichiarazione Nostra aetate, ha tracciato la via: alla riscoperta delle radici ebraiche del cristianesimo; no ad ogni forma di antisemitismo, e condanna di ogni ingiuria, discriminazione e persecuzione che ne derivano”.

La dichiarazione Nostra Aetate ha definito teologicamente per la prima volta, in maniera esplicita, le relazioni della Chiesa cattolica con l’ebraismo. Essa naturalmente “non ha risolto tutte le questioni teologiche che ci riguardano” ma vi ha fatto riferimento in maniera incoraggiante, fornendo “un importantissimo stimolo per ulteriori, necessarie riflessioni”.

Papa Francesco ha osservato che un inscindibile legame unisce cristiani ed ebrei: “I cristiani, per comprendere sé stessi, non possono non fare riferimento alle radici ebraiche, e la Chiesa, pur professando la salvezza attraverso la fede in Cristo, riconosce l’irrevocabilità dell’Antica Alleanza e l’amore costante e fedele di Dio per Israele”.

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Le grandi sfide di oggi

Cristiani ed ebrei non debbono perdere di vista le grandi sfide che il mondo di oggi si trova ad affrontare a partire quella di una ecologia integrale, ormai prioritaria. Conflitti, guerre, violenze ed ingiustizie aprono ferite profonde nell’umanità e “ci chiamano a rafforzare l’impegno per la pace e la giustizia”.

“La violenza dell’uomo sull’uomo è in contraddizione con ogni religione degna di questo nome, e in particolare con le tre grandi religioni monoteistiche”. La vita è sacra, quale dono di Dio. Il quinto comandamento del Decalogo dice: “Non uccidere” (Es 20,13). Dio è il Dio della vita, e vuole sempre promuoverla e difenderla; e noi, creati a sua immagine e somiglianza, siamo tenuti a fare lo stesso. Ogni essere umano, in quanto creatura di Dio, è nostro fratello, indipendentemente dalla sua origine o dalla sua appartenenza religiosa. Ogni persona “va guardata con benevolenza, come fa Dio, che porge la sua mano misericordiosa a tutti, indipendentemente dalla loro fede e dalla loro provenienza, e che si prende cura di quanti hanno più bisogno di Lui: i poveri, i malati, gli emarginati, gli indifesi”.

“Là dove la vita è in pericolo – ha sottolineato il Santo Padre – siamo chiamati ancora di più a proteggerla. Né la violenza né la morte avranno mai l’ultima parola davanti a Dio, che è il Dio dell’amore e della vita. Noi dobbiamo pregarlo con insistenza affinché ci aiuti a praticare in Europa, in Terra Santa, in Medio Oriente, in Africa e in ogni altra parte del mondo la logica della pace, della riconciliazione, del perdono, della vita”.

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Il ricordo della Shoah

Il popolo ebraico, nella sua storia, ha dovuto sperimentare la violenza e la persecuzione, fino allo sterminio degli ebrei europei durante la Shoah. Sei milioni di persone, solo perché appartenenti al popolo ebraico, sono state vittime “della più disumana barbarie, perpetrata in nome di un’ideologia che voleva sostituire l’uomo a Dio”. Il 16 ottobre 1943, oltre mille uomini, donne e bambini della comunità ebraica di Roma furono deportati ad Auschwitz.

“Oggi – ha detto Papa Francesco – desidero ricordarli con il cuore, in modo particolare: le loro sofferenze, le loro angosce, le loro lacrime non devono mai essere dimenticate. E il passato ci deve servire da lezione per il presente e per il futuro. La Shoah ci insegna che occorre sempre massima vigilanza, per poter intervenire tempestivamente in difesa della dignità umana e della pace. Vorrei esprimere la mia vicinanza ad ogni testimone della Shoah ancora vivente; e rivolgo il mio saluto particolare a coloro – voi – che sono oggi qui presenti”.

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Progetti di salvezza

“Cari fratelli maggiori – ha concluso Papa Francesco – dobbiamo davvero essere grati per tutto ciò che è stato possibile realizzare negli ultimi cinquant’anni, perché tra noi sono cresciute e si sono approfondite la comprensione reciproca, la mutua fiducia e l’amicizia. Preghiamo insieme il Signore, affinché conduca il nostro cammino verso un futuro buono, migliore. Dio ha per noi progetti di salvezza, come dice il profeta Geremia: Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – oracolo del Signore –, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza (Ger 29,11). Che il Signore ci benedica e ci protegga. Faccia splendere il suo volto su di noi e ci doni la sua grazia. Rivolga su di noi il suo volto e ci conceda la pace (cfr Nm 6,24-26). Shalom alechem!”.

Di Alessandro Ginotta

Cento giorni con Gesù, Alessandro Ginotta, Tau Editrice

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