Meditazioni e preghiere
Ma che cos’è l’inferno e com’è fatto?

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No, l’inferno non è in 3D

Il mio decisamente in(solito) commento a:
Come si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo (Matteo 13,36-43)

Siamo abituati a ragionare in 3 dimensioni, ma il grande mistero di Dio è molto più ampio. Per quanto ci sforziamo, non possiamo neppure intuirlo nella sua interezza.

Dio, smisurato ed incommensurabile, è presente in ogni dove ed in tutto, in ogni tempo ed in ogni luogo: è una realtà che non si può misurare con il metro, né con l’orologio, neppure con i più precisi!

Sì, perché tutti gli istanti, dalla Creazione fino alla fine dei tempi (e certamente anche oltre) sono contemporaneamente presenti davanti agli occhi di Dio. Così come ogni angolo della terra, ogni parte di ogni galassia, ogni molecola di tutto l’universo sono costantemente accanto a Dio, anzi, probabilmente sono in Dio.

Perfino la scienza, indagando l’infinitamente grande dello spazio e l’infinitamente piccolo delle particelle subatomiche, si è resa conto che tre (o quattro, se aggiungiamo il tempo) dimensioni, non sono sufficienti a spiegare ogni cosa. E così, la teoria delle stringhe, ne ha introdotte altre (almeno 11, ma forse molte di più), quasi invisibili perché accartocciate su loro stesse.

In questa realtà, dove passato e presente si sovrappongono fino a diventare un unico momento, dove ogni luogo diventa un unico posto, direttamente nel cuore di Dio, è davvero difficile immaginare come possano realmente essere l’inferno e il Paradiso.

In letteratura abbiamo molte descrizioni di questi luoghi, a partire da quelle di fantasia, offerte da Dante Alighieri, per arrivare ai racconti che ci vengono offerti dalle visioni di alcuni santi. Ma, tutti questi racconti, perfino i più fedeli, non potranno mai indagare una realtà così complessa rispetto alla natura alla quale siamo abituati. Così, ogni volta che pensiamo all’inferno od al Paradiso, non possiamo che farne una approssimazione.

E, forse, la prima approssimazione, è proprio quella di immaginare inferno e Paradiso come luoghi. Perché probabilmente sono “condizioni” dell’anima: vive “all’inferno” l’anima che rifiuta Dio, vuole stare lontana da Lui e non è disposta ad accogliere il suo perdono. Al contrario, “in Paradiso” vivono le anime che, hanno scelto Dio e vengono raccolte nel suo infinito amore. Leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica: “Vivere in cielo è « essere con Cristo ». Gli eletti vivono « in lui », ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome: «Vita est enim esse cum Christo; ideo ubi Christus, ibi vita, ibi Regnum – La vita, infatti, è stare con Cristo, perché dove c’è Cristo, là c’è la vita, là c’è il Regno»” (CCC. 1025).

E ancora: “Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione. La Scrittura ce ne parla con immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, vino del Regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: « Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano » (1 Cor 2,9)” (CCC 1027).

Pensiamo alla parabola del povero Lazzaro e del ricco epulone (Lc 16,19-31):

il ricco avvolto dalle fiamme dell’inferno, in preda a tormenti indicibili, stanco ed assetato, implorare Dio di mandargli Lazzaro ad “intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnargli la lingua” perché soffre terribilmente la sete. Lo ha ignorato per tutta la vita, lo ha snobbato, ed ora, nel momento del bisogno, vuole un aiuto da lui. E forse Lazzaro, nella sua semplicità, sarebbe pure andato a portargli un po’ d’acqua, ma non lo può fare. Gli è impedito. Perché: “tra noi e voi è stato fissato un grande abisso”. 

E guardate, amici cari, che l’abisso che il ricco epulone sperimenta nell’inferno, lo ha costruito lui stesso, con le sue stesse mani, un pezzetto al giorno, ogni volta che ha scavalcato il corpo macilento di Lazzaro, senza degnarlo neppure di uno sguardo. Senza dargli mai neanche un piccolo aiuto. Eccolo l’abisso del peccato che parte dal nostro cuore!

Ed è con questi peccati che costruiamo le pareti dell’inferno. Sì, amici cari, siamo noi a scavarci attorno quell’abisso: la distanza che ci separa da Dio. Una lontananza che, in verità, finché siamo sulla terra è “a senso unico”: non importa quanti e quali peccati commettiamo, perché Dio è sempre accanto a noi.

Dio non è un giudice spietato, ma un Creatore perdutamente innamorato delle sue creature. Ricordate il primo peccato compiuto dagli esseri umani? Quando Adamo ed Eva, dopo aver mangiato il frutto proibito, si accorsero di essere nudi (cfr. Genesi 3,11), Dio, anziché scagliare fulmini e saette, “fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì” (cfr. Genesi 3,21). E’ un’immagine di tenerezza verso quella coppia peccatrice che ci lascia a bocca aperta: la tenerezza di Dio per l’uomo e per la donna! E’ un’immagine di custodia paterna della coppia umana. Dio stesso cura e protegge il suo capolavoro.

Così è l’amore di Dio: più grande del più grave dei peccati che l’uomo possa mai commettere. E nulla e nessuno ci separerà da Dio. Nulla e nessuno tranne noi stessi. Sì, perché anche quando commettiamo il crimine più atroce, Dio è pronto ad ascoltarci, perdonarci, consolarci, riammetterci alla sua presenza, purché noi lo desideriamo. Ed è solo il nostro desiderio di autodeterminazione, il nostro pretendere di vivere senza Dio, a far sì che, di tanto in tanto, noi ci ribelliamo a Lui e ci sottraiamo al suo amore. E, così facendo, sperimentiamo la peggior punizione che l’uomo abbia mai potuto pensare: la lontananza da Dio. L’assenza di Dio nel nostro cuore. Eccolo l’inferno! Freddo. Buio. Senza amore. Senza capacità di accogliere il perdono che ci viene offerto, perché lo facciamo rimbalzare su muri d’orgoglio.

Ci danniamo da soli, mentre Lui è proprio qui, accanto a noi. In ogni momento, ci è vicino, e ci cinge con il suo amore, pronto anche a fabbricare per noi una “tunica di pelle” per metterci a nostro agio e farci sentire amati e protetti. Perché Egli ci ama a prescindere.

#Santanotte amici, sforziamoci di accogliere l’amore di Dio e la nostra anima vivrà in eterno, insieme a Lui. Là dove presente e futuro si toccano e dove tutto è contenuto. Dio vi e ci benedica tutti, amici! 🙂 🙂 🙂

Alessandro Ginotta

Il “Giudizio universale” è un affresco di Michelangelo Buonarroti, realizzato tra il 1536 e il 1541 su commissione di Papa Clemente VII per decorare la parete dietro l’altare della Cappella Sistina, una delle più grandiose rappresentazioni della parusia, ovvero dell’evento dell’ultima venuta alla fine dei tempi del Cristo per inaugurare il Regno di Dio, nonché uno dei più grandi capolavori dell’arte occidentale. 1370×1200 cm, Cappella Sistina, Città del Vaticano