La misericordia “non ci fa il photoshop”

La Misericordia “non ci fa il photoshop”

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Le tre meditazioni di Papa Francesco al Giubileo dei sacerdoti: “dalla distanza alla festa”, “il ricettacolo della Misericordia” e “il buon odore di Cristo”.

San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore, e San Paolo Fuori le mura. Tre Basiliche Papali e tre meditazioni di Papa Francesco. La giornata del 2 giugno è dedicata agli incontri con i sacerdoti.

Nell’introduzione ai tre momenti della giornata, il Santo Padre ha evidenziato che “Niente unisce maggiormente con Dio che un atto di Misericordia, sia che si tratti della Misericordia con la quale il Signore ci perdona i nostri peccati, sia che si tratti della grazia che ci dà per praticare le Opere di Misericordia in suo nome”.

Dalla distanza alla festa

Prendendo in esame la parabola del padre buono (nota anche come del figliol prodigo), nella prima meditazione il Papa ha osservato come la Misericordia di Dio ci permetta di passare “dalla distanza alla festa”, dalla “vergogna” per i nostri peccati, alla “dignità” cui innalza il perdono di Dio.

La misericordia la si accetta e la si coltiva, oppure la si rifiuta liberamente. Possiamo vivere molto tempo “senza” la misericordia del Signore. “Vale a dire – ha chiarito il Santo Padre – possiamo vivere senza averne coscienza e senza chiederla esplicitamente, finché uno si rende conto che tutto è misericordia, e piange con amarezza di non averne approfittato prima, dal momento che ne aveva tanto bisogno!”.

La misericordia “non ci fa il photoshop”

La misericordia è anche radicale e nasce dalla consapevolezza del nostro peccato: “Uno non va in farmacia e dice: – Per misericordia, mi dia un’aspirina -. Per misericordia chiede che gli diano della morfina per una persona in preda ai dolori atroci di una malattia terminale. O tutto o niente. Si va in fondo o non si capisce nulla”.

Papa Francesco ha terminato prendendo in esame i tanti “eccessi della misericordia” che si trovano nei Vangeli: il paralitico calato dal tetto; il lebbroso guarito che, a differenza degli altri nove, torna indietro a ringraziare Gesù; il cieco Bartimeo che vince “la dogana dei preti” per farsi sentire da Cristo; la donna emorroissa che “si ingegna” pur di toccare anche solo la veste di Gesù; la peccatrice che gli asciuga i piedi con i capelli: “Sempre la misericordia è esagera, è eccessiva! Le persone più semplici, i peccatori, gli ammalati, gli indemoniati… sono immediatamente innalzati dal Signore, che li fa passare dall’esclusione alla piena inclusione, dalla distanza alla festa”.

Il ricettacolo della Misericordia

All’inizio della seconda meditazione, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, il Santo Padre ha osservato: “Io potrei dire una frase e andarmene, perché è uno solo: il ricettacolo della Misericordia è il nostro peccato. E’ così semplice. Ma spesso accade che il nostro peccato è come un colabrodo, come una brocca bucata dalla quale scorre via la grazia in poco tempo”.

Il Signore “non solo non si stanca di perdonarci”, ma rinnova anche “l’otre nel quale riceviamo il suo perdono”. Utilizza “un otre nuovo per il vino nuovo della sua misericordia”, perché non sia come un vestito rattoppato o un otre vecchio. E questo otre è la sua misericordia stessa: “la sua misericordia in quanto sperimentata in noi stessi e in quanto la mettiamo in pratica aiutando gli altri. Il cuore che ha ricevuto misericordia non è un cuore rattoppato ma un cuore nuovo, ri-creato”.

La misericordia “non ci fa il photoshop”

Nell’esercizio di questa misericordia “che ripara il male altrui”, nessuno è migliore, per aiutare a curarlo, di colui che mantiene viva l’esperienza di essere stato oggetto di misericordia circa il medesimo male: “Guarda te stesso; ricordati della tua storia; raccontati la tua storia; e vi troverai tanta misericordia”. “Vediamo – ha aggiunto Francesco – che, tra coloro che lavorano per combattere le dipendenze, coloro che si sono riscattati sono di solito quelli che meglio comprendono, aiutano e sanno chiedere agli altri. E il miglior confessore è di solito quello che si confessa meglio”.

Dopo aver passato in rassegna i santi “che si sono lasciati ricreare il cuore dalla misericordia”, Papa Francesco ha ricordato il suo lungo “incontro” con la Vergine di Guadalupe, durante il recente viaggio in Messico, ed ha identificato propri Maria “come recipiente e fonte di Misericordia”.

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La Vergine ci guarda in modo tale che uno si sente accolto nel suo grembo e ci insegna che “l’unica forza capace di conquistare il cuore degli uomini è la tenerezza di Dio”. “Se qualche volta notate – ha aggiunto Francesco –  che si è indurito il vostro sguardo (per il lavoro, per la stanchezza… succede a tutti), che quando avvicinate la gente provate fastidio o non provate nulla, fermatevi e guardate di nuovo a lei, guardatela con gli occhi dei più piccoli della vostra gente, che mendicano un grembo, ed Ella vi purificherà lo sguardo da ogni cataratta che non lascia vedere Cristo nelle anime, vi guarirà da ogni miopia che rende fastidiosi i bisogni della gente, che sono quelli del Signore incarnato, e vi guarirà da ogni presbiopia che si perde i dettagli, la nota scritta in piccolo, dove si giocano le realtà importanti della vita della Chiesa e della famiglia. Lo sguardo della Madonna guarisce”.

Un altro “modo di guardare di Maria” è legato al tessuto: Maria osserva “tessendo”, vedendo come può combinare a fin di bene tutte le cose che la vostra gente le porta. Papa Francesco si è soffermato a lungo a parlare della Tilma: “Vedendo come Dio ha tessuto il volto e la figura della Guadalupana nella tilma di Juan Diego, possiamo pregare contemplando come tesse la nostra anima e la vita della Chiesa. Dicono che non si può vedere come è dipinta l’immagine. È come se fosse stampata. Mi piace pensare che il miracolo non sia stato solo quello di stampare o dipingere l’immagine con un pennello, ma che si è ricreato l’intero manto, trasfigurato da capo a piedi”.

La misericordia “non ci fa il photoshop”

“La misericordia – ha proseguito Francesco – fa la stessa cosa con noi: non ci dipinge dall’esterno una faccia da buoni, non ci fa il photoshop, ma con i medesimi fili delle nostre miserie – con quelli! – e dei nostri peccati – con quelli! –, intessuti con amore di Padre, ci tesse in modo tale che la nostra anima si rinnova recuperando la sua vera immagine, quella di Gesù”.

Il terzo modo in cui guarda la Madonna è quello dell’attenzione: “Maria osserva con attenzione, si dedica tutta e si coinvolge interamente con chi ha di fronte, come una madre quando è tutta occhi per il suo figlioletto che le racconta qualcosa”. Un prete che si rende impermeabile agli sguardi è chiuso in se stesso: “Solo una Chiesa capace di proteggere il volto degli uomini che bussano alla sua porta è capace di parlare loro di Dio. Se non decifriamo le loro sofferenze, se non ci rendiamo conto delle loro necessità, nulla potremo offrire loro”.

Infine, come guarda Maria? Maria guarda in modo “integro, unendo tutto, il nostro passato, il presente e il futuro”. Non ha uno sguardo frammentato: “la misericordia sa vedere la totalità e intuisce ciò che è più necessario”. Come Maria a Cana, che è capace di provare compassione anticipatamente per quello che arrecherà la mancanza di vino, così è la vita del sacerdote: “Se nella nostra vita c’è un po’ di vino buono, non è per merito nostro, ma per la sua anticipata misericordia, quella che lei già canta nel Magníficat: come il Signore ha guardato con bontà alla sua piccolezza e si è ricordato della sua (alleanza di) misericordia, una misericordia che si estende di generazione in generazione sopra i poveri e gli oppressi (cfr Lc 1,46-55). La lettura che compie Maria è quella della storia come misericordia”.

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Il buon odore di Cristo e la luce della sua misericordia

Nella terza meditazione, nella Basilica di San Paolo fuori le mura, Papa Francesco ha messo in guardia i sacerdoti dal troppo attaccamento al denaro ed ha consigliato loro di evitare l’eccessiva curiosità nel confessionale.

“Ho sentito qualche volta – ha osservato il Papa – commenti dei sacerdoti che dicono”: “Ma questo Papa ci bastona troppo, ci rimprovera”. “E qualche bastonata, qualche rimprovero c’è. Ma devo dire che sono rimasto edificato da tanti sacerdoti, tanti preti bravi! Da quelli – ne ho conosciuti – che, quando non c’era la segreteria telefonica, dormivano con il telefono sul comodino, e nessuno moriva senza i sacramenti; chiamavano a qualsiasi ora, e loro si alzavano e andavano. Bravi sacerdoti! E ringrazio il Signore per questa grazia. Tutti siamo peccatori, ma possiamo dire che ci sono tanti bravi, santi sacerdoti che lavorano in silenzio e nascosti. A volte c’è uno scandalo, ma noi sappiamo che fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”.

“Quando serviamo i poveri e i malati, siamo buon odore di Cristo” così rispondeva Santa Rosa da Lima alla madre che la rimproverava di accogliere in casa poveri e infermi. E il “buon odore di Cristo”, è servito a Papa Francesco per raccomandare ai sacerdoti di sentire “l’odore forte della miseria, in ospedali da campo, in treni e barconi pieni di gente, quell’odore che l’olio della misericordia non copre, ma che ungendolo fa sì che si risvegli una speranza”.

La misericordia “non ci fa il photoshop”

Il gregge non perde l’odore del pastore. Se esce dal sentiero, il gregge lo afferra e lo tiene per mano. Papa Francesco ha letto la lettera di un parroco: “Mi colpisce l’invito che lei più volte fa a noi pastori a sentire l’odore delle pecore – esordisce il sacerdote – Si diventa preti proprio per sentire quell’odore, vero profumo del gregge”. Tuttavia “sarebbe bello che il contatto quotidiano con il gregge non fosse sostituito dalle incombenze amministrative e burocratiche delle parrocchie”, nonostante la collaborazione di bravi e validi laici. “A volte è davvero frustrante constatare come si corra tanto per l’apparato burocratico e amministrativo lasciando quel piccolo gregge che mi è stato affidato quasi abbandonato a se stesso, è triste e tante volte mi viene da piangere. Un altro aspetto richiamato anche da lei è la carenza di paternità. A volte anche noi rinunciamo a questa paternità pastorale riducendoci a burocrati del sacro”. Tutto ciò “non toglie comunque la gioia e la passione di essere prete per la gente e con la gente. Se a volte non ho l’odore delle pecore mi commuovo per il gregge che non ha perso l’odore del pastore. Che bello vedere che le pecore non ci lasciano soli!”. Se per caso il pastore “esce del sentiero e si smarrisce”, proprio loro, le pecore, “lo afferrano e lo tengono per mano. Il Signore ci salva attraverso il gregge che ci ha affidato, che è la vera grazia del pastore. Prego per lei e la ringrazio pure per le tiratine d’orecchie che sento necessarie”.

La misericordia “non ci fa il photoshop”

Il Papa è poi tornato su un tema a lui tanto caro: la confessione: “Bisogna imparare dai buoni confessori, quelli che hanno delicatezza con i peccatori e ai quali basta mezza parola per capire tutto, come Gesù con l’emorroissa, e proprio in quel momento esce da loro la forza del perdono”. Poi ha narrato un episodio che riguarda “uno dei Cardinali della Curia, che a priori io pensavo che fosse molto rigido”: “Lui, quando c’era un penitente che aveva un peccato in modo che gli dava vergogna a dirlo e incominciava con una parola o due, subito capiva di che cosa si trattava e diceva: – Vada avanti, ho capito, ho capito!-. E lo fermava, perché aveva capito. Questa è delicatezza!”.

“La completezza della confessione – ha proseguito Francesco – non è una questione matematica – quante volte? Come? dove?… -. A volte la vergogna si nasconde più davanti al numero che davanti al peccato stesso. Ma per questo bisogna lasciarsi commuovere dinanzi alla situazione della gente, che a volte è un miscuglio di cose, di malattia, di peccato, di condizionamenti impossibili da superare, come Gesù che si commuoveva vedendo la gente, lo sentiva nelle viscere, nelle budella e perciò guariva e guariva anche se l’altro non lo chiedeva bene, come quel lebbroso, o girava intorno, come la Samaritana, che era come la pavoncella: faceva il verso da una parte ma aveva il nido dall’altra. Gesù era paziente”.

Alessandro Ginotta

Questo articolo è stato pubblicato anche su: LA VOCE DEL TEMPO

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Alessandro Ginotta
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