Il Papa: Il povero ha bisogno di me

Il Papa: Il povero ha bisogno di me

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L’Udienza Generale sulle opere di Misericordia: “Se incontro un povero, giro lo sguardo oppure mi fermo a parlare? Anche se non mancherà qualcuno che dica: ma questo è pazzo, parlare con un povero”.

Sulla facciata della Basilica di San Pietro campeggiano ancora gli stendardi con i volti dei sette nuovi santi canonizzati la scorsa domenica. Fra due ali di folla festante sfreccia la camionetta di Papa Francesco. Le immancabili carezze e baci ai bambini, gli abbracci e le strette di mano, poi un veloce sorso di mate e la salita sul sagrato dove inizia l’Udienza Generale. Dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, una delle principali Opere di Misericordia.

Una delle conseguenze del cosiddetto “benessere” è quella di condurre le persone a chiudersi in sé stesse, rendendole insensibili alle esigenze degli altri. Si fa di tutto per illuderle presentando modelli di vita effimeri, che scompaiono dopo qualche anno, come se la nostra vita fosse una moda da seguire e da cambiare ad ogni stagione. “Non è così – ci avvisa il Papa – La realtà va accolta e affrontata per quello che è, e spesso ci fa incontrare situazioni di bisogno urgente”. È per questo che, tra le opere di misericordia, si trova il richiamo alla fame e alla sete: “dare da mangiare agli affamati – ce ne sono tanti oggi – e da bere agli assetati”.

Una solidarietà che non ci coinvolge direttamente

 “Quante volte i media ci informano di popolazioni che soffrono la mancanza di cibo e di acqua, con gravi conseguenze specialmente per i bambini”. Di fronte a certe notizie e specialmente a certe immagini, l’opinione pubblica si sente toccata e partono di volta in volta campagne di aiuto per stimolare la solidarietà. Le donazioni si fanno generose e in questo modo si può contribuire ad alleviare la sofferenza di tanti. “Questa forma di carità è importante – osserva Francesco – ma forse non ci coinvolge direttamente”.

Il Papa: Il povero ha bisogno di me
La povertà che davvero ci interpella

Invece quando, andando per la strada, incrociamo una persona in necessità, oppure un povero viene a bussare alla porta di casa nostra, è molto diverso, perché “non sono più davanti a un’immagine, ma veniamo coinvolti in prima persona”. Non c’è più alcuna distanza tra me e lui o lei, e mi sento interpellato. La povertà in astratto “non ci interpella, ma ci fa pensare, ci fa lamentare”; ma quando vediamo la povertà “nella carne di un uomo, di una donna, di un bambino, questo ci interpella!”.

Il povero ha bisogno di me

“E perciò – è il commento del Papa – quell’abitudine che noi abbiamo di sfuggire ai bisognosi, di non avvicinarci a loro, truccando un po’ la realtà dei bisognosi con le abitudini alla moda per allontanarci da essa. Non c’è più alcuna distanza tra me e il povero quando lo incrocio. In questi casi, qual è la mia reazione? Giro lo sguardo e passo oltre? Oppure mi fermo a parlare e mi interesso del suo stato? E se fai questo non mancherà qualcuno che dice:  – Questo è pazzo perché parla con un povero!”.

“Vedo se posso accogliere in qualche modo quella persona o cerco di liberarmene al più presto? Ma forse essa chiede solo il necessario: qualcosa da mangiare e da bere. Pensiamo un momento: quante volte recitiamo il Padre nostro, eppure non facciamo veramente attenzione a quelle parole: Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

Il Papa: Il povero ha bisogno di me
La fede, senza opere, è morta

Nella Bibbia, un Salmo dice che Dio è colui che “dà il cibo ad ogni vivente” (136,25). L’esperienza della fame è dura. Ne sa qualcosa chi ha vissuto periodi di guerra o di carestia. Eppure questa esperienza si ripete ogni giorno e convive accanto all’abbondanza e allo spreco. Sono sempre attuali le parole dell’apostolo Giacomo: “A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in sé stessa è morta” (2,14-17) perché è incapace di fare opere, di fare carità, di amare.

C’è sempre qualcuno che ha fame e sete e ha bisogno di me: “Non posso delegare nessun altro. Questo povero ha bisogno di me, del mio aiuto, della mia parola, del mio impegno. Siamo tutti coinvolti in questo”.

Il Papa: Il povero ha bisogno di me
Gesù moltiplica la nostra carità

È anche l’insegnamento di quella pagina del Vangelo in cui Gesù, vedendo tanta gente che da ore lo seguiva, chiede ai suoi discepoli: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro possano mangiare?» (Gv 6,5). E i discepoli rispondono: “È impossibile, è meglio che tu li congedi…”. Invece Gesù dice loro: “No. Date loro voi stessi da mangiare” (cfr Mc 14,16). Si fa dare i pochi pani e pesci che avevano con sé, li benedice, li spezza e li fa distribuire a tutti. È una lezione molto importante per noi: “Ci dice che il poco che abbiamo, se lo affidiamo alle mani di Gesù e lo condividiamo con fede, diventa una ricchezza sovrabbondante”.

Il Papa: Il povero ha bisogno di me
Una citazione del Papa Emerito

Papa Benedetto XVI, nell’Enciclica Caritas in veritate, afferma: “Dar da mangiare agli affamati è un imperativo etico per la Chiesa universale. […] Il diritto all’alimentazione, così come quello all’acqua, rivestono un ruolo importante per il conseguimento di altri diritti. […] È necessario pertanto che maturi una coscienza solidale che conservi l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni”.

Non dimentichiamo le parole di Gesù: “Io sono il pane della vita” (Gv 6,35) e “Chi ha sete venga a me” (Gv 7,37). “Sono per tutti noi credenti una provocazione queste parole – conclude Francesco – una provocazione a riconoscere che, attraverso il dare da mangiare agli affamati e il dare da bere agli assetati, passa il nostro rapporto con Dio, un Dio che ha rivelato in Gesù il suo volto di misericordia”.

Alessandro Ginotta

Questo articolo è stato pubblicato anche su: LA VOCE E IL TEMPO

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