Che cosa si deve fare per guarire?

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Eh sì, il coraggio, intrecciato con la fede, fa proprio miracoli!

Il mio in(solito) commento a:
Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni ed ella vivrà (Mt 9,18-26)

Due storie che si intrecciano, come nella trama dei migliori romanzi, san Matteo tesse l’avventura dell’emorroissa audace insieme alla risurrezione della figlia di Giairo. Una donna temeraria, che da più di dodici anni soffre di perdite di sangue, raggiunge Gesù, si butta a terra ed allunga la mano per toccare una frangia del suo mantello. Questa storia si intreccia con quella della figlia di Giairo. Qui il coraggioso è proprio lui, il padre, che lascia la fanciulla sul letto di morte, per andare a cercare Gesù, convinto che Lui la potrà riportare in vita. Due racconti dai quali emerge una grande fede, una inconsueta caparbietà, una forza di volontà del tutto superiore alla norma.

Fede e coraggio sono la trama e l’ordito di questo tessuto. In realtà la fede, quella vera, è sempre audace. Perché ci vuole coraggio per “credere contro ogni speranza” (cfr. Romani 4,18). Bisogna sperare. Sperare sempre. Anche quando umanamente può sembrare sconsiderato e irragionevole. Dobbiamo essere capaci di sperare mentre tutto attorno a noi è buio. E non dobbiamo avere paura di lamentarci con Dio, perché anche questa è una forma di preghiera.

Lo sa bene l’emorroissa che, a causa della sua malattia, era considerata impura dagli anziani e dai farisei: “chiunque la toccherà sarà immondo fino alla sera” (Levitico 15,19). E addirittura: “Ogni giaciglio sul quale si sarà messa a dormire durante la sua immondezza sarà immondo” (Levitico 15,20). E ancora: “Chi toccherà qualunque mobile sul quale essa si sarà seduta, dovrà lavarsi le vesti, bagnarsi nell’acqua e sarà immondo fino alla sera” (Levitico 15,22).

Proviamo a pensare quanto devono essere stati difficili per lei questi dodici anni, costretta a fuggire lontano da tutti, ad evitare i contatti… Eppure prende il coraggio tra le mani e, con le sue mani, afferra una frangia della tunica del Maestro. Per la Legge del Levitico lo avrebbe reso così impuro fino a sera, invece è Lui a “contaminare” Lei con la sua grazia e la guarisce.

Vedete, amici cari, come è rivoluzionaria la figura di Gesù? Opera guarigioni e miracoli in giorno di sabato, tocca lebbrosi e donne con perdite di sangue senza contaminarsi, anzi, purificandoli. Ci pulisce dal peccato, ci libera dal maligno e… può perfino salvarci dalla morte. Una figura così “destabilizzante” che farisei, scribi e dottori della Legge, decideranno di mettere a morte per “liberarsene”.

Ma torniamo al coraggio. Lo troviamo anche in questo padre, ricco e potente funzionario. Quanta fermezza nelle sue parole: “Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà” (v. 18). Non c’è ombra di dubbio in lui. Solo fede. E la fede viene ricompensata: la figlia, che tanto amava, viene strappata alla morte.

L’amore che Dio prova per noi è così grande che il suo cuore si muove a compassione ogni volta che un ammalato gli chiede soccorso. Ma, c’è un ma! Gesù non guariva “tutti” ma – ci dicono i Vangeli – curava “tutti” quelli “che incontrava”. E c’è differenza tra guarire e curare:

L’incontro con Gesù è qualcosa che ci trasforma radicalmente. Lo sa bene San Paolo, che da persecutore dei cristiani si trasformò nel più appassionato degli apostoli, dopo aver incontrato Gesù sulla via verso Damasco. E l’incontro deve essere a “doppio senso”: da un lato Dio, proteso verso l’uomo, cerca sempre di incontrare ciascuno di noi.

Ecco che, per guarire, dobbiamo accettare la cura di Gesù. Bisogna lasciarci toccare l’anima da Lui. Anzi, bisogna essere così audaci, come l’emorroissa, da inseguire Gesù e toccare la sua anima!

Perché Egli è sempre qui, nonostante il nostro rifiuto. Nonostante il nostro prendere le distanze da Lui. Mentre noi, non sempre siamo disposti ad incontrarlo. Non sempre abbiamo la volontà di ascoltarlo. Qualche volta, ostinandoci nel nostro peccato, gli impediamo di guarirci anche se Lui lo vorrebbe. Perché? Perché Dio ci ama così tanto da concederci il libero arbitrio, ossia: la facoltà di sbagliare. Ed ogni volta che commettiamo il peccato ci allontaniamo da Lui. E’ come se gli voltassimo le spalle. E’ come se gli dicessimo: no, non mi interessa la tua guarigione, mi tengo la mia malattia.

E così, chi di noi si comporta come un fariseo, convinto di essere perfetto, certo di essere nel giusto, chiuso nella bolla del proprio orgoglio, non potrà guarire.

Perché Dio non si impone, ma si propone. Così, quando vede una lacrima scendere sul nostro viso, non può che commuoversi e accorrere in nostro aiuto. Poi sta a noi. Se davvero vogliamo guarire, dobbiamo essere disposti a cambiare. Non dobbiamo sentirci sicuri come il fariseo, ma sempre disposti a metterci in discussione come il pubblicano. Dobbiamo accogliere il suo amore, se vogliamo guarire. Dobbiamo permettere a Gesù di toccare la nostra anima, guarire prima lei e poi tutto il corpo.

Quando Gesù si china su di noi per guarirci, è per sempre. Una remissione definitiva che parte dall’anima per risanare tutto il corpo. Una guarigione che non è limitata alla vita terrena, ma che coinvolge anche quella eterna, segno di una salvezza che ci libera definitivamente dal male per restituirci la vita. Quella vera!

#Santanotte amici, abbiate anche voi il coraggio di sfiorare il mantello di Gesù. Siate audaci nella preghiera. Abbiate fiducia! Dio vi ricompenserà!

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “La guarigione della figlia di Giairo”, 1838, Benito Saez Garcia, olio su tela, 115×170 cm, Museo del Prado, Madrid

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