Come si fa a vivere una vita più bella?

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Perché non è la lunghezza della vita a decretarne la bellezza, ma è la sua intensità. Il modo in cui la viviamo

Il mio in(solito) commento a:

Che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? (Matteo 16,24-28)

Inizia con uno “scaricabarile” tra Adamo ed Eva la più bella storia d’amore tra l’uomo e Dio. Ho sempre sorriso il tentativo di ribaltare le responsabilità tra Adamo, Eva ed il serpente: “«La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato»” (Genesi 3,12-13). Poi, ma questo non fa sorridere, fu la volta di Caino ed Abele: «Sono forse il guardiano di mio fratello?» (Genesi 4,9). E così via, fino a Pilato che: “Prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!»” (Matteo 27,24).

Gesù sta aspettando che gli uomini “diventino adulti”, e si sentano pronti ad assumersi le proprie responsabilità. Invece, da sempre, l’uomo continua a tentare di eluderle, forse perché si crede bambino?

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?» (vv. 24-26)

Noi desideriamo condurre una vita comoda: davanti alle difficoltà, anziché tentare di risolverle, preferiamo prenderne le distanze; davanti al dubbio siamo tentati di non scegliere. Non ci opponiamo alle decisioni sbagliate dei politici, perché pensiamo che sia più comodo così. Quando addirittura non facciamo di peggio: nell’era di internet, nell’illusione che uno pseudonimo ci offra l’anonimato, come leoni ruggiamo dietro le nostre tastiere gli insulti più improponibili.

Dovremmo invece attivarci come società civile e sensibilizzare le istituzioni e le amministrazioni, non con inutili critiche velenose utili solo ad alimentare l’odio, ma con suggerimenti, proposte, sollecitazioni, lettere aperte. Proporsi in modo costruttivo sarà molto più efficace e aiuterà a costruire un avvenire migliore e disteso. Perché se la politica è sorda alle urla fini a sé stesse, sarà certamente attenta ad idee esposte in modo pacato, tanto più se queste verranno condivise da molta parte della popolazione. In fondo è quella popolazione ad eleggere i propri rappresentanti.

Ma non finisce qui. Perché non cambieremo soltanto facendo proposte. E no! Sarebbe anche questo, seppure un passo avanti rispetto ad oggi, troppo comodo. Dovremo pensare anche al nostro prossimo. Ma non vorrei che riecheggiasse la domanda del dottore della legge: “Chi è il mio prossimo?” (cfr. Luca 10,25-37). Il prossimo è quel sofferente in strada, quell’uomo davanti al quale ci voltiamo dall’altra parte, perché… non vogliamo sporcarci le mani, non vogliamo perdere tempo, non ci vogliamo esporre. Ma così non incontreremo Gesù! In questo modo la nostra vita sarà forse anche un’esistenza comoda, ma non sarà vita! Non ci appagherà, saremo sempre tristi, depressi.

Perché così facendo avremo scelto di “non vivere”: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà”. Se vorremo che la nostra vita sia comoda… la perderemo! Certo, non cadrà un fulmine dal cielo, oh no! Probabilmente, “nelle comodità” potremmo forse addirittura superare i 100 anni, ma… la nostra sarà una non-esistenza una non-vita, una vita buia, una vita passiva, una vita di noia, una vita di malumore, piena di rimpianti per non avere saputo davvero vivere pienamente. Perché non è la lunghezza della vita a decretarne la bellezza, ma è la sua intensità. Il modo in cui la viviamo.

La vita vera, invece, quella piena, quella di luce, è alla sequela di Gesù, e la si “vive” accettando la nostra croce. E Gesù ci insegna che, a portare la croce, insieme a noi, ci sarà Lui. E, con Lui, la nostra croce sarà più leggera. La nostra vita splenderà dell’amore che sapremo dare a chi ci sta accanto. E, finalmente, ci sentiremo realizzati. Finalmente avremo permesso al Vangelo di entrare nelle nostre vite. Perché é donandoci che riceveremo la vera vita in dono da Dio.

Invece, finché la nostra mente sarà occupata a negare la croce, ad evitarla, noi rimarremo paralizzati, come Adamo ed Eva quando si scoprirono nudi. E non riusciremo a muoverci, a vivere, a progredire, a crescere.

Ma Dio, Lui è sempre accanto a noi, con il suo amore. E, come fabbricò due tuniche, una per Adamo ed una per Eva, per proteggerli dal freddo e toglierli dall’imbarazzo quando si accorsero di essere senz’abiti, Dio sta sempre ad un passo da noi, pronto ad intervenire, a sorreggerci, a sostenerci amorevolmente, anche quando sbagliamo. Anche quando scegliamo la via più facile, quella dell’irresponsabilità.

Perché il nostro peggior nemico non sono i problemi concreti, per quanto seri e drammatici: il pericolo più grande della vita è un cattivo spirito di adattamento che non è mitezza o umiltà, ma mediocrità. Quel comportamento vile e meschinamente rinunciatario che ci porta a respingere le nostre responsabilità.

#Santanotte amici cari. Scegliamo di vivere e Dio ci regalerà l’esistenza più piena, più intensa, più vera che mai potremo immaginare. E… sorpresa: la vita così autentica sarà… eterna!

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “Cristo abbraccia la Croce”, splendida opera di Guido Reni, 1621, olio su tela, 142×229 cm, Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid, Spagna

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