Come fanno i poveri ad essere beati?

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Commentare le Beatitudini è un compito arduo. Come spiegare ai poveri che devono sentirsi beati?

Il mio in(solito) commento a:
Beati i poveri. Guai a voi, ricchi (Lc 6,20-26)

Eppure è così. Se lasciamo andare la zavorra che ci lega ai pregiudizi di questo mondo malato e ci lasciamo trasportare dallo Spirito, allora sì, che comprendiamo veramente che cosa ci sta dicendo Gesù: ci sta proponendo la ricetta della felicità!

Beati vuol dire felici. Il vocabolario della Treccani definisce beato colui che gode una felicità piena e tranquilla. E questo è proprio il significato di questa pagina che appare tanto ostica agli occhi dell’uomo che vive immerso nel nostro tempo.

Prova a pensare a due bambini. Il primo, tutto vestito a puntino, ha una stanza piena di giochi, sparsi sul pavimento: bambolotti, automobiline, costruzioni, soldatini, pupazzi di ogni forma e colore… L’altro indossa una maglietta sgualcita, mentre corre a perdifiato lungo un sentiero di campagna. Vede un sasso levigato, lo prende tra le sue mani lerce ed inizia a giocare.
Torniamo al primo bambino. Che fa? Si sta divertendo? Forse no. Perché pensa all’ultimo modello di automobilina che ha visto dal suo amico. O forse semplicemente perché non sa decidere quale giocattolo prendere per primo. Così resta intrappolato in quella stanzetta piena di giochi.

La verità è che la felicità non si acquista con il denaro. Non è il numero di giocattoli, non sono i metri quadrati di una casa od i bei vestiti. È molto più facile scorgere un sorriso sul volto di una persona semplice, piuttosto che su quello di un arcigno smisuratamente ricco.

Eccola la ricetta della felicità: la semplicità. Una vita che non è inquinata dallo spasmodico desiderio di possedere, ma che si apre, giorno per giorno, alla sorpresa.

Non ne sei ancora convinto, vero? Ti farò un altro esempio. Immagina un altro bambino: sta piangendo. Singhiozzi e lacrime sgorgano senza tregua. Ma ecco che arriva un genitore: si siede accanto al bimbo, lo abbraccia, lo accarezza, gli dà un bacio e gli asciuga le lacrime. Il bimbo smette di “fare i capricci”, ora non piange più, ma guarda l’adulto con un gran sorriso e, negli occhi, una forte luce di speranza. Chi è più felice di quel bimbo in questo momento? Ha un grande accanto pronto a coccolarlo, a proteggerlo, a farlo sorridere quando è triste ed a gioire con lui quando è allegro. Così siamo noi. Come quel bambino.

Di tanto in tanto inciampiamo in qualche sasso e ci sbucciamo un ginocchio, ma Gesù è sempre accanto a noi, pronto ad accorrere ogni volta che ne abbiamo bisogno. Ci abbraccia, ci consola, terge le nostre lacrime. Sorride con noi.

Ecco la felicità: la consapevolezza di essere amati da Dio. Lui è qui, accanto a noi, ci ama e ci tende la mano in ogni momento. Ecco le Beatitudini: la tenerezza di Dio, che predilige cuori svuotati d’orgoglio per riempirli della profondità del cielo, che si avvicina agli occhi bagnati dalle lacrime per rasserenarli con parole di consolazione, che soccorre persone semplici, umiliate dai potenti, per mostrare loro la ricchezza di un tesoro che è fatto di dignità, di rispetto, di perdono, di sincerità e d’amore.

Così dobbiamo vivere, in modo semplice, senza permettere a mille affanni di opprimerci. Perché non c’è nulla, ma proprio nulla che l’uomo possa fare senza Dio. Può arrivare il più ricco del mondo, costruire un granaio gigantesco e mietere campi grandissimi. Ma nulla può contro il destino della morte (cfr. Luca 12,13-21). Invece, l’uomo, insieme a Dio, può costruire molte cose, per il bene suo e di tutta l’umanità. Ma la costruzione più bella, amici cari, è quella che si erge in cielo. Lassù, dove non c’è ladro che rubi o ruggine che consumi (cfr. Matteo 6,20). Perché “là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (Matteo 6,21).

Dobbiamo “cambiare occhiali” e posare “lo sguardo del mondo” sul comodino, per leggere bene questa pagina di Vangelo. Dobbiamo dimenticarci della brama di possedere ad ogni costo. Dobbiamo abbandonare l’orgoglio ed accantonare il peccato. Ci sorprenderemo nello scoprire che proprio chi “soffre” agli occhi del mondo è più vicino al cuore di Dio e sperimenta la sua consolazione. E allora beati i poveri, gli afflitti, gli affamati, i perseguitati, coloro che vengono insultati!

“Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?” (Matteo 6,26-30).

#Santanotte Dio ci aiuti a guardare sempre la vita con uno sguardo semplice, liberi il nostro cuore dal peso dell’orgoglio e ci conceda di vivere finalmente felici!

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “Christus Remunerator“, di Ary Scheffer, 1847, olio su tela,  62,5×84 cm, Centraal Museum, Utrecht

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