Che cosa significa trascendenza. E immanenza?

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Trascendente, immanente: due parole “difficili”. Che cosa significano?

Il mio in(solito) commento a:
Lo uccideranno, ma risorgerà. I figli sono liberi dal tributo (Matteo 17,22-27)

Questa volta ci aiuterà il latino, infatti sarà molto semplice comprendere il termine “trascendente” risalendo alla sua origine: basterà ricordare la preposizione “trans”, che in latino significa “oltre” o “al di là” e il verbo “ascendere” che potremo tradurre con “salire”. Ed ecco la spiegazione: trascendente indica ciò che trascende, cioè che va oltre, l’esperienza umana. Dio, l’infinito, l’aldilà.

Immanente” deriva dal latino “in” e “maneo”, che potremmo tradurre come “rimanere dentro”. Indica ciò che è tangibile, quello che rimane nel mondo. La materia, i nostri corpi, la natura…

Immanente e trascendente sembrano due realtà così diverse e distanti tra di loro. Siamo abituati (sbagliando) a collocare l’immanente in cielo ed il trascendente sulla terra. È così solo in prima approssimazione, perché trascendente ed immanente sono intrecciati tra di loro. E, sorpresa, sono anche dentro di noi. Sì, entrambi, anche il trascendente. Pensa un attimo alla tua anima. Vedi che non è soltanto in cielo?

Anima e corpo compongono, unitamente, l’essere umano. Non esiste un individuo senz’anima. Perfino i peggiori criminali ne hanno una. Forse non la ascoltano, ma ce l’hanno. Dunque, anche dentro di noi, trascendente ed immanente coesistono contemporaneamente.

Spirito e materia, due dimensioni che si compenetrano. Realtà così diverse ed immense, che convivono in un luogo inaspettato e piccolissimo: il cuore di ogni uomo. Convivono, è vero, ma troppo spesso confliggono: perché, se da un lato veniamo attirati dalle cose materiali, dalla ricchezza, dai sensi, dal piacere ad ogni costo, dall’altro lato proviamo una profonda ed insaziabile sete di infinito che ci porta a volgere gli occhi al cielo per cercare Dio. Dunque anche il nostro cuore è spesso teatro di battaglia tra trascendente ed immanente.

In questo brano, tatto dal Vangelo di San Matteo, Gesù usa un pesce per spiegarci la differenza tra trascendente ed immanente. Sì, hai capito bene: un pesce. Insieme a San Pietro, Gesù raggiunge la città di Cafarnao e, avvicinatosi al tempio, viene fermato dai funzionari che riscuotevano la tassa per l’ingresso.

Alcuni confondono questo episodio con quello del “tributo” da pagare a Cesare. In realtà non si tratta proprio della stessa cosa, perché la tassa in questione, serviva per la manutenzione del tempio. Dal pagamento erano esentati i sacerdoti.

I funzionari che riconoscono Gesù sono interdetti, perché non sanno bene se esigere o meno il pagamento. Cristo è conosciuto come un maestro, ma… possono considerarlo un sacerdote? Così decidono di chiedere direttamente a Pietro: «Il vostro maestro non paga la tassa?» (cfr. v. 24).

Gesù confida a San Pietro che nessuno di loro due sarebbe tenuto a pagare la tassa, tuttavia, per non “scandalizzare” gli esattori, Cristo ordina a San Pietro di avvicinarsi alla riva, gettare l’amo e prendere il primo pesce: «aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te» (v. 27).

Qui assistiamo ad un miracolo nel miracolo: San Pietro pesca un pesce e, dentro la bocca, vi trova una moneta, proprio come aveva previsto Gesù. Un prodigio trovare una moneta nella bocca di un pesce. Un altro prodigio che le cose siano avvenute esattamente come Cristo aveva annunciato.

Due miracoli che ci parlano di trascendenza ed immanenza. Come? Semplice. Pensiamo alle parole che Gesù rivolge a Pietro: «Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?». «Dagli estranei!» risponde Pietro. E Gesù replica: «Quindi i figli sono liberi. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su…» (vv. 26-27).

Le tasse ed i tributi, perfino la stessa manutenzione del tempio, riguardano le cose materiali, mattoni, istituzioni. Dio è altro. È al di là del mondo (cfr. Gv 8,23). È trascendente. Le monete servono per pagare le cose. Ma lo spirito non ha prezzo. Dio non ha prezzo.

Non è chiaro? Pensa a questo: «Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano. Perché dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore» (Mt 16,19-21). Parole che troppo spesso ignoriamo, confusi dalle mille distrazioni di un mondo che ci costringe a guardare solo al lato materiale, ignorando l’immensità che ci sta sopra.

Lo stesso San Paolo, nella lettera ai Colossesi, scrive: “Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra” (Colossesi 3,2).

Infine c’è un testo di Sant’Agostino che mi piace molto ricordare: “La tua avarizia possiede l’oro, una non so quanto meschina e piccola porzione di terra. Con i tuoi occhi invece possiedi il cielo, guardi il sole, misuri le stelle; per mezzo dei tuoi occhi possiedi il mondo intero” (Discorso 265/C).

#Santanotte amici. Guardiamo le cose di lassù! Sciogliamo i legami che ci costringono, come zavorra, a restare ancorati alle cose materiali e rivolgiamo il nostro cuore a Dio. Ne ricaveremo un tesoro immenso! (Ovviamente un tesoro trascendente)!

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “Cristo e la moneta del tributo”, di Anthony van Dyck, 1625, olio su tela, 147×135 mm, Musei di Strada Nuova, Genova

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