Uscire dai recinti e portare la Misericordia di Dio a tutti gli uomini

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Papa Francesco ha celebrato, nella Basilica Vaticana, La Santa Messa del Crisma. Chiediamo a Dio misericordioso di aiutarci ad uscire dai nostri recinti.

Per la sua omelia, Papa Francesco ha preso spunto dal brano del Vangelo di Luca: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato” (Lc 4,21). Ascoltando queste parole dalle labbra di Gesù, nella sinagoga di Nazareth “avrebbe ben potuto scoppiare un applauso”. E poi “avrebbero potuto piangere dolcemente, con intima gioia, come piangeva il popolo quando Neemia e il sacerdote Esdra leggevano il libro della Legge che avevano rinvenuto ricostruendo le mura”. Ma i Vangeli ci dicono “che sorsero sentimenti opposti nei compaesani di Gesù: lo allontanarono e gli chiusero il cuore”.

Il Signore non lotta contro gli uomini, ma contro il demonio

E lì dove il Signore annuncia il Vangelo della Misericordia incondizionata del Padre nei confronti dei più poveri, dei più lontani e oppressi, proprio lì siamo chiamati a scegliere, a “combattere la buona battaglia della fede” (1 Tm 6,12). La lotta del Signore “non è contro gli uomini ma contro il demonio” (cfr Ef 6,12), nemico dell’umanità. Però il Signore “passa in mezzo” a coloro che cercano di fermarlo “e prosegue il suo cammino” (cfr Lc 4,30). Gesù non combatte per consolidare uno spazio di potere. Se rompe recinti e mette in discussione sicurezze è per “aprire una breccia al torrente della Misericordia che, con il Padre e lo Spirito, desidera riversare sulla terra”. “Una Misericordia – ha osservato Francesco – che procede di bene in meglio: annuncia e porta qualcosa di nuovo: risana, libera e proclama l’anno di grazia del Signore”.

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Uscire dai nostri recinti

Ci fa bene uscire dai nostri recinti, perché “è proprio del Cuore di Dio traboccare di misericordia, straripare, spargendo la sua tenerezza, in modo tale che sempre ne avanzi” poiché il Signore preferisce “che si perda qualcosa piuttosto che manchi una goccia”, preferisce “che tanti semi se li mangino gli uccelli piuttosto che alla semina manchi un solo seme”, dal momento che tutti hanno la capacità di portare frutto abbondante, il 30, il 60, e fino al cento per uno.

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Il compito di incarnare la Misericordia

Nella Messa Crismale i sacerdoti rinnovano le loro promesse. Papa Francesco li ha invitati ad essere “testimoni e ministri della Misericordia sempre più grande del nostro Padre”. I sacerdoti hanno “il dolce e confortante compito di incarnarla”, come fece Gesù, che “passò beneficando e risanando” (At 10,38)”.

Poi il Santo Padre ha individuato due ambiti in cui il Signore eccede nella sua Misericordia: l’incontro e il perdono.

L’incontro

Parlando dell’incontro, il Papa ha preso in esame la parabola del Padre Misericordioso: “rimaniamo sbalorditi – ha detto – di fronte a quell’uomo che corre, commosso, a gettarsi al collo di suo figlio, lo abbraccia, lo bacia, gli rimette l’anello, i sandali e poi ordina di organizzare una festa”. Nel contemplare sempre meravigliati questa sovrabbondanza di gioia del Padre, al quale il ritorno del figlio permette di esprimere liberamente il suo amore, senza resistenze né distanze, noi “non dobbiamo avere paura di esagerare nel nostro ringraziamento”.

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Dopo essermi confessato, festeggio?

La misericordia restaura tutto e restituisce le persone alla loro dignità originaria. Per questo “il ringraziamento effusivo è la risposta giusta: bisogna entrare subito alla festa, indossare l’abito, togliersi i rancori del figlio maggiore, rallegrarsi e festeggiare…”. Perché solo così, partecipando pienamente a quel clima di celebrazione “si può poi pensare bene, si può chiedere perdono e vedere più chiaramente come poter riparare il male commesso”. Può farci bene domandarci: “dopo essermi confessato, festeggio?”. “O passo rapidamente ad un’altra cosa, come quando dopo essere andati dal medico, vediamo che le analisi non sono andate tanto male e le rimettiamo nella busta e passiamo a un’altra cosa”. “E quando faccio l’elemosina, dò tempo a chi la riceve di esprimere il suo ringraziamento, festeggio il suo sorriso e quelle benedizioni che ci danno i poveri, o proseguo in fretta con le mie cose dopo aver lasciato cadere la moneta”?

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Il perdono

L’altro ambito nel quale vediamo che Dio eccede in una Misericordia sempre più grande, è il perdono stesso. Non solo perdona debiti incalcolabili, come al servo che lo supplica e poi si dimostrerà meschino con il suo compagno, ma “ci fa passare direttamente dalla vergogna più vergognosa alla dignità più alta senza passaggi intermedi”. Il Signore lascia che la peccatrice perdonata gli lavi familiarmente i piedi con le sue lacrime. Appena Simon Pietro gli confessa il suo peccato e gli chiede di allontanarsi “Lui lo eleva alla dignità di pescatore di uomini”. Noi, invece, tendiamo a separare i due atteggiamenti: quando ci vergogniamo del peccato, ci nascondiamo e andiamo con la testa bassa, come Adamo ed Eva, e quando siamo elevati a qualche dignità cerchiamo di coprire i peccati e ci piace farci vedere, quasi pavoneggiarci.

Una dignità che sa vergognarsi

La nostra risposta al perdono sovrabbondante del Signore dovrebbe consistere nel “mantenerci sempre in quella sana tensione tra una dignitosa vergogna e una dignità che sa vergognarsi: atteggiamento di chi per sé stesso cerca di umiliarsi e abbassarsi, ma è capace di accettare che il Signore lo innalzi per il bene della missione, senza compiacersene”. Il modello che il Vangelo consacra, e che può servirci quando ci confessiamo, è quello di Pietro, che si lascia interrogare a lungo sul suo amore e, nello stesso tempo, rinnova la sua accettazione del ministero di pascere le pecore che il Signore gli affida.

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Un eccesso di teologie complicate

“Come sacerdoti – ha proseguito il Papa – noi ci identifichiamo con quel popolo scartato, che il Signore salva, e ci ricordiamo che ci sono moltitudini innumerevoli di persone povere, ignoranti, prigioniere, che si trovano in quella situazione perché altri li opprimono”. Ma ricordiamo anche che “ognuno di noi sa in quale misura tante volte siamo ciechi, privi della bella luce della fede, non perché non abbiamo a portata di mano il Vangelo, ma per un eccesso di teologie complicate”.

Sentiamo che la nostra anima “se ne va assetata di spiritualità”, ma non per mancanza di Acqua Viva – che beviamo solo a sorsi –, ma per un eccesso di spiritualità “frizzanti”, di spiritualità “light”.

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Una mondanità virtuale che si apre e si chiude con un semplice click

Ci sentiamo anche “prigionieri”, non circondati, come tanti popoli, “da invalicabili mura di pietra o da recinzioni di acciaio”, ma da “una mondanità virtuale che si apre e si chiude con un semplice click”. Siamo oppressi, “ma non da minacce e spintoni, come tanta povera gente”, ma “dal fascino di mille proposte di consumo che non possiamo scrollarci di dosso per camminare, liberi, sui sentieri che ci conducono all’amore dei nostri fratelli, al gregge del Signore, alle pecorelle che attendono la voce dei loro pastori”.

Gesù viene a riscattarci “a farci uscire, per trasformarci da poveri e ciechi, da prigionieri e oppressi in ministri di misericordia e consolazione”. L’invito conclusivo del Papa è ad accogliere “con dignità che sa vergognarsi, la Misericordia nella carne ferita del nostro Signore Gesù Cristo” e chiedergli “che ci lavi da ogni peccato e ci liberi da ogni male”; e con la grazia dello Spirito Santo “ci impegniamo a comunicare la Misericordia di Dio a tutti gli uomini, praticando le opere che lo Spirito suscita in ciascuno per il bene comune di tutto il popolo fedele di Dio”.

Di Alessandro Ginotta

Questo articolo è stato pubblicato anche su: LA VOCE DEL TEMPO

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