Ricostruire con le mani, ma anche con il cuore

Ricostruire con le mani, ma anche con il cuore

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Cinquemila terremotati in Udienza. L’ascolto e la vicinanza di Papa Francesco: “per ricostruire serve la speranza”.

“Ho voluto prendere le vostre parole e farle mie perché nella vostra situazione il peggio che possa accadere è farvi un sermone!”. Il Papa ha ricevuto oggi cinquemila persone provenienti dalle zone dell’Italia centrale colpite dal terremoto. Sembrava quasi che Francesco non volesse staccarsi, come se non volesse allontanarsi dai loro visi segnati ma sorridenti. Si è fermato a lungo tra i corridoi dell’Aula Paolo VI, dispensando una parola buona, una carezza, benedicendo le fotografie di chi non c’è più, ricevendo molte testimonianze, piccoli ricordi di giorni che hanno segnato per sempre migliaia di famiglie.

Ricostruire con le mani, ma anche con il cuore
Un discorso nato dall’ascolto

Ai terremotati Francesco non ha rivolto un “discorso”, ma li ha ascoltati, ha preso appunti e poi, come ha detto lui stesso: “ho voluto fare una riflessione partendo dalle vostre parole”. E sono proprio le parole pronunciate da Raffaele Festa, sopravvissuto al sisma ad Amatrice, e di don Luciano Avenati, parroco di Norcia, a colpire il Papa, che le prende e le fa sue: “Ho scritto qui le due testimonianze ascoltate e ho segnato le cose che più mi hanno colpito e vorrei partire da queste”.

“Grazie, Santo Padre – ha esordito così il parroco di Norcia – per aver desiderato incontrarci e per averci accolti oggi nella Sua casa. Questo luogo mi piace chiamarlo così perché per noi che abbiamo perduto le nostre case, questa parola ha il sapore della nostalgia e insieme quello della speranza nel futuro. Ci sentiamo oggi radunati nella ‘sala grande’ della Sua casa. Grazie”.

Ricostruire con le mani, ma anche con il cuore
Per ricostruire serve la speranza

Una parola che è ritornata spesso è “ricostruire”. “Ricostruire i cuori ancor prima delle case. Ricostruire – ha detto don Luciano – il tessuto sociale e umano”. “Mi viene in mente – ha osservato Francesco – un uomo incontrato nella mia visita nelle vostre zone che mi ha detto che per la terza volta avrebbe ricostruito la sua casa, ecco ricostruire con il dolore ma non fermarsi mai, non farsi vincere dalle ferite del cuore, che ci sono. I cuori sono feriti perché avete perso le vostre case, i vostri cari, ma ricostruire i cuori non è solo ottimismo, non c’è ottimismo qui, c’è la speranza perché l’ottimismo non ha sostanza, serve solo per il momento, per ricostruire serve la speranza”.

Ricostruire con le mani, ma anche con il cuore
Le mani per ricostruire

Ma per ricostruire servono anche le mani. Ne ha parlato Raffaele “quando ha ricordato della notte del terremoto, di quando ha preso dal letto i bambini, e li ha poi lasciati nelle mani di qualcuno per andare ad aiutare chi aveva bisogno di aiuto. Le mani di tutti, quelle mani con cui Dio ha creato il mondo, le mani di tante persone che hanno aiutato ad uscire da questo incubo, quelle dei vigili del fuoco e di tutti coloro che hanno voluto dare del loro per aiutare tutti voi.”

Le ferite

Un’altra parola che ha colpito il Papa è la “ferita”. L’ha pronunciata don Luciano: “siamo rimasti lì per non ferire di più la nostra terra”. “Anch’io devo dire che sono orgoglioso dei parroci, che non hanno lasciato la terra. Questo è buono, avere pastori che quando vedono il lupo non fuggono. Abbiamo perso, sì, abbiamo perso tante cose, casa, famiglia, ma siamo diventati una grande famiglia in altro modo”.

Ricostruire con le mani, ma anche con il cuore
Bien nacido

“Oggi la nostra vita non è la stessa – ha detto Raffaele – , è vero siamo salvi ma sconfitti”. Le ferite però guariranno e le cicatrici “vi ricorderanno questo momento di dolore, sarà la vita che resterà e andrà avanti con un segno in più”. “Don Luciano ha poi fatto accenno alle virtù vostre: la fortezza d’animo, la pazienza e la solidarietà vicendevole della mia gente. E questo si chiama essere – ben nati -, non so se in italiano si usa questo termine, bien nacido in spagnolo: una persona che è nata bene”.

La vicinanza

“E c’è un’altra parola che è stata detta due volte, soltanto un po’ di passaggio, ma era un po’ il nocciolo di queste due testimonianze: vicinanza. Siamo stati vicini e rimaniamo vicini gli uni agli altri e la vicinanza ci fa più umani, più persone di bene, più coraggiosi. Una cosa è andare solo, sulla strada della vita, e una cosa è andare per mano con altro, vicino all’altro, e questa vicinanza voi l’avete sperimentata”.

Ricostruire con le mani, ma anche con il cuore

“Voi sapete – ha concluso Francesco – che vi sono vicino e dico una cosa: quando mi sono accorto di quello che era accaduto quella mattina, appena svegliato ho trovato un biglietto dove si parlava delle due scosse, due cose ho sentito: ci devo andare. E poi ho sentito dolore, molto dolore, e con questo dolore sono andato a celebrare la messa quel giorno. Grazie perché siete venuti qui oggi ed anche nelle udienze in questi mesi. Grazie per tutto quello che voi stessi avete fatto per aiutarvi a costruire, ricostruire i cuori, le case, il tessuto sociale, anche per ricostruire con il vostro esempio per l’egoismo che è nel nostro cuore e che non abbiamo sofferto”. Al termine dell’Udienza il Papa ha ancora ringraziato “vigili, soccorso, gendarmi, sindaci, tutti quelli che si sono immischiati nel dolore vostro: quando uno fa la lista dei ringraziamenti sempre si vede quello che non è stato detto: ma il mio ringraziamento va a tutti…”. E le carezze del Papa sono state la testimonianza più eloquente dell’amore di Francesco per queste popolazioni così duramente colpite.

Alessandro Ginotta

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