Mons. Nosiglia: l’Epifania è la vera festa dei popoli

Mons. Nosiglia: l’Epifania è la vera festa dei popoli

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Nel giorno dell’Epifania, presso la chiesa del Santo Volto a Torino, l’arcivescovo Mons. Cesare Nosiglia ha presieduto la Festa dei Popoli: una celebrazione con le comunità immigrate, volontari e operatori impegnati nell’accoglienza.

“La festa dell’Epifania è la vera festa dei popoli” così ha esordito Mons. Cesare Nosiglia nella sua omelia. I Magi rappresentano, infatti “le diverse nazioni che camminano, guidate dalla luce di Dio, che illumina il loro percorso per unirsi nella pace”.

Il profeta Isaia ha scritto: “cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere” (Is 60,1-3). La regalità di Gesù non si esercita con la potenza delle armi o della politica e dell’economia “ma con quella dell’amore e della verità”. L’amore di Dio e la verità, che promana da Lui, sorreggono la speranza di un mondo più unito, solidale e pacifico.

“Dio illumina ogni uomo che viene in questo mondo con la luce del suo Verbo e lo spinge ad incontrarlo e a riconoscerlo suo Dio e Signore, come è avvenuto con i Magi”. “Siamo di nazioni e culture diverse per nascita e provenienza – ha osservato l’Arcivescovo – ma nel rispetto e nell’accoglienza reciproci viviamo la stessa fede e desideriamo operare con uguali diritti e doveri per annunciare insieme Gesù Cristo e vivere uniti nella carità”.

Mons. Nosiglia: l’Epifania è la vera festa dei popoli

Mons. Nosiglia ha osservato che non possiamo sottovalutare il fatto concreto che la diversità di culture, di tradizioni religiose e civili, di linguaggi e di costumi, ponga problemi nuovi per la nostra società. La paura del diverso, le conflittualità che nascono, l’incapacità di procedere su vie di integrazione da una parte e dall’altra, atteggiamenti di rifiuto e di indifferenza latenti in molti ed espliciti per fortuna in pochi, fanno parte ormai del nostro vivere quotidiano. “I mass media poi – ha proseguito l’Arcivescovo – aggravano questa situazione, perché esasperano, a volte, i casi limite e diffondono una mentalità ed una cultura di sospetto e di insicurezza, che va ben oltre la realtà e fonda un costume di pensiero e di vita diffuso”.

Guardando tuttavia alle radici cristiane del nostro continente e al fatto che dall’Europa milioni e milioni di persone – per non dire interi popoli – sono emigrati nel mondo intero, di fronte oggi a rifiuti preconcetti e a muri che si alzano minacciosi per impedire l’accoglienza di immigrati, verrebbe da chiedersi se, di fatto, il comandamento dell’amore verso ogni uomo considerato un fratello, fondamento del Vangelo del Signore, sia penetrato e accolto in duemila anni nella vita quotidiana della nostra gente.

Mons. Nosiglia: l’Epifania è la vera festa dei popoli

Quando San Paolo affermava: “Non c’è più Giudeo né Greco, uomo o donna, schiavo o libero, ma siamo tutti uno in Cristo» (cfr. Gal 3,28), era normale vivere in un mondo dove il rifiuto dello straniero, non cittadino romano, era, di fatto, legge di vita, in quanto il diverso era considerato privo di ogni diritto ed emarginato o addirittura reso schiavo. Il cristianesimo da subito si è posto in alternativa alla cultura dominante su questo punto, superandola con la legge dell’amore.

“Per la Chiesa – ha osservato Mons. Nosiglia – le migrazioni non sono solo un fatto sociale o politico, ma anche un fattore positivo di evangelizzazione, in cui si misura la sua capacità di essere e di manifestarsi quale sacramento di unità e di pace per l’intero genere umano”.

I cristiani hanno sofferto ed anche oggi, in tante parti della terra, soffrono per la loro diversità e sono oltraggiati e perseguitati. Ma questo “non giustifica, anzi è esattamente l’opposto di quello che dobbiamo fare noi nel nostro Paese: aprire le porte delle nostre città e case a chi arriva tra noi e chiede aiuto, sostegno e dignità, offrendogli quanto è possibile e doveroso per avviare un percorso di inclusione sociale promosso dalla carità non disgiunta dalla giustizia”. Per un cristiano “non dovrebbe esserci, infatti, uno straniero e tanto meno un cosiddetto extracomunitario, ma una persona umana e figlio di Dio che ha un nome, una storia – spesso drammatica – alle spalle e va riconosciuto soggetto di diritti e di doveri, come ogni altro, prima e al di là del colore della sua pelle, della sua nazionalità o parentela o religione”.

Mons. Nosiglia: l’Epifania è la vera festa dei popoli

L’Arcivescovo ha ricordato anche i tanti esempi di integrazione che sul territorio stanno sortendo esiti positivi. Di fronte alla crisi economica “che sta incidendo fortemente sia in tante famiglie italiane che di immigrati, ci si rende conto della necessità di attivare una rete di solidarietà, che favorisca aiuti concreti a chi resta senza lavoro e per chi, immigrato in particolare, corre il rischio di perdere anche il permesso di soggiorno e di dover quindi rimpatriare, con grande sofferenza, i figli e la famiglia”.

Resta determinante, tuttavia, la necessità di incontrarsi e di conoscere la loro cultura, gli usi, i costumi e le tradizioni, di educare e formare i ragazzi, i giovani e le comunità ad una nuova cultura di accoglienza, basata su relazioni meno superficiali e più integrate. “Le diversità – ha concluso l’Arcivescovo – non debbono creare muri, ma servire come ponti su cui impostare vie di dialogo e convergenze amicali e di condivisione, operando uniti per una società più giusta, solidale e pacifica”.

Al termine della celebrazione è seguito un pranzo condiviso e al pomeriggio festa con danze, musica e spettacoli.

Sono 230 mila i migranti nella diocesi e circa 160 mila nella città di Torino. La festa anticipa l’annuale Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato del 17 gennaio prossimo, che questo anno ha per tema “Migranti e rifugiati ci interpellano. La risposta del Vangelo della misericordia”, messaggio inviato ai migranti e alla Chiesa da Papa Francesco.

Di Alessandro Ginotta
(fotografie di Renzo Bussio – La Voce del Tempo)

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