Le chiavi servono per aprire il Regno dei Cieli, non per chiuderlo davanti alla gente

Le chiavi servono per aprire il Regno dei Cieli, non per chiuderlo davanti alla gente

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Nella solennità dei Santi Pietro e Paolo, la Santa Messa con la benedizione dei Palli. All’Angelus la preghiera per le vittime dell’attentato di Istanbul.

“Chiudersi in sé stessa, di fronte ai pericoli” è una “tentazione che sempre esiste per la Chiesa”. La preghiera permette alla grazia di aprire una via di uscita: “dalla chiusura all’apertura, dalla paura al coraggio, dalla tristezza alla gioia”. Lo ha ricordato Papa Francesco nel corso della Santa Messa celebrata nella Basilica Vaticana in occasione della solennità dei Santi Pietro e Paolo, patroni di Roma.

Durante la Messa sono stati benedetti i Palli, che verranno consegnati ai venticinque nuovi Vescovi Metropoliti nominati nel corso dell’anno. Papa Francesco, lo sappiamo, è sempre attento alle “periferie”: così come ciascuna Diocesi per il Giubileo ha avuto la sua Porta Santa, anche i Palli verranno “imposti” non più dal Santo Padre, come avveniva in passato, ma dai rispettivi Nunzi Apostolici nelle singole città. Un gesto che serve per rafforzare il legame tra i nuovi Vescovi e la Chiesa locale.

Il binomio chiusura / apertura

“La Parola di Dio di questa liturgia – ha esordito il Santo Padre nella sua omelia –  contiene un binomio centrale: chiusura / apertura. A questa immagine possiamo accostare anche il simbolo delle chiavi, che Gesù promette a Simone Pietro perché possa aprire l’ingresso al Regno dei Cieli, e non certo chiuderlo davanti alla gente, come facevano alcuni scribi e farisei ipocriti che Gesù rimprovera” (cfr Mt 23,13).

La lettura degli Atti degli Apostoli (12,1-11) ci presenta tre chiusure: quella di Pietro in carcere; quella della comunità raccolta in preghiera; e quella della casa di Maria, madre di Giovanni detto Marco, dove Pietro va a bussare dopo essere stato liberato.

Rispetto alle chiusure, “la preghiera appare come la via di uscita principale”: via di uscita per la comunità “che rischia di chiudersi in sé stessa a causa della persecuzione e della paura”; via di uscita per Pietro “che ancora all’inizio della sua missione affidatagli dal Signore viene gettato in carcere da Erode e rischia la condanna a morte”. E mentre Pietro era in prigione, “dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui” (At 12,5). E il Signore risponde alla preghiera e manda il suo angelo a liberarlo, “strappandolo dalla mano di Erode” (cfr v. 11). La preghiera, come umile affidamento a Dio e alla sua santa volontà “è sempre la via di uscita dalle nostre chiusure personali e comunitarie”. “E’ la grande via di uscita dalle chiusure”.

Le chiavi servono per aprire il Regno dei Cieli, non per chiuderlo davanti alla gente
Paolo, apostolo “in uscita” grazie al Vangelo

Anche Paolo, scrivendo a Timoteo, parla della sua esperienza di liberazione, di uscita dal pericolo di essere lui pure condannato a morte (cfr 2 Tm 4,17). Ma Paolo “parla di una apertura ben più grande, verso un orizzonte infinitamente più vasto: quello della vita eterna, che lo attende dopo aver terminato la corsa terrena”. E’ bello allora vedere la vita dell’Apostolo tutta “in uscita” grazie al Vangelo: “tutta proiettata in avanti, prima per portare Cristo a quanti non lo conoscono, e poi per buttarsi, per così dire, nelle sue braccia, ed essere portato da Lui in salvo nei cieli, nel suo Regno”.

Pietro liberato dal carcere del suo “io” orgoglioso

Ritorniamo a Pietro. Il racconto evangelico (Mt 16,13-19) della sua confessione di fede e della conseguente missione affidatagli da Gesù ci mostra che la vita di Simone, pescatore galileo “ come la vita di ognuno di noi”, si apre: “sboccia pienamente quando accoglie da Dio Padre la grazia della fede”. Allora Simone “si mette sulla strada – una strada lunga e dura – che lo porterà a uscire da sé stesso, dalle sue sicurezze umane, soprattutto dal suo orgoglio mischiato con il coraggio e con il generoso altruismo”.

In questo suo percorso di liberazione, decisiva è la preghiera di Gesù: “Io ho pregato per te [Simone], perché la tua fede non venga meno” (Lc 22,32). E altrettanto decisivo è lo sguardo pieno di compassione del Signore dopo che Pietro lo aveva rinnegato tre volte: uno sguardo che tocca il cuore e scioglie le lacrime del pentimento (cfr Lc 22,61-62). Allora “Simone Pietro fu liberato dal carcere del suo io orgoglioso, del suo io pauroso, e superò la tentazione di chiudersi alla chiamata di Gesù a seguirlo sulla via della Croce”.

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Il complesso di Rode

Quando Pietro si trova miracolosamente libero fuori dal carcere di Erode, si reca alla casa della madre di Giovanni detto Marco. Bussa alla porta, e dall’interno risponde una domestica di nome Rode, la quale, riconosciuta la voce di Pietro, invece di aprire la porta, incredula e piena di gioia insieme corre a riferire la cosa alla padrona.

“Il racconto, che può sembrare comico – commenta il Santo Padre – può dare inizio al cosiddetto complesso di Rode: ci fa percepire il clima di paura in cui si trovava la comunità cristiana, che rimaneva chiusa in casa, e chiusa anche alle sorprese di Dio”.

“Pietro bussa alla porta. «Guarda!». C’è gioia, c’è paura… «Apriamo, non apriamo?…». E lui è in pericolo, perché la polizia può prenderlo. Ma la paura ci ferma, ci ferma sempre; ci chiude, ci chiude alle sorprese di Dio”.

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La tentazione e la via d’uscita

Questo particolare ci parla della tentazione che “sempre esiste per la Chiesa”: “quella di chiudersi in sé stessa, di fronte ai pericoli”. Ma anche qui c’è lo spiraglio attraverso cui può passare l’azione di Dio: “dice Luca che in quella casa «molti erano riuniti e pregavano» (v. 12). La preghiera permette alla grazia di aprire una via di uscita: dalla chiusura all’apertura, dalla paura al coraggio, dalla tristezza alla gioia”.

L’unità dei cristiani

La preghiera apre anche un’altra via d’uscita: “Possiamo aggiungere – ha sottolineato il Santo Padre – dalla divisione all’unità! Sì, lo diciamo oggi con fiducia insieme ai nostri fratelli della Delegazione inviata dal caro Patriarca Ecumenico Bartolomeo, per partecipare alla festa dei Santi Patroni di Roma. Una festa di comunione per tutta la Chiesa, come evidenzia anche la presenza degli Arcivescovi Metropoliti venuti per la benedizione dei Palli, che saranno loro imposti dai miei Rappresentanti nelle rispettive Sedi”.

All’Angelus la preghiera per l’attentato di Istanbul

Dopo la celebrazione il Papa si è trasferito nel Palazzo Apostolico e si è affacciato alla finestra dell’Angelus per ricordare i Santi Pietro e Paolo: “due grandi luci che brillano non solo nel cielo di Roma, ma nel cuore dei credenti di Oriente e di Occidente”.

Ai numerosi fedeli giunti in Piazza San Pietro, Francesco ha chiesto di pregare “per le vittime, per i familiari e per il caro popolo turco” in seguito “all’efferato attacco terroristico, che ieri sera, ad Istanbul, ha ucciso e ferito molte persone”. “Il Signore converta i cuori dei violenti e sostenga i nostri passi sulla via della pace. Preghiamo tutti in silenzio”.

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Il messaggio di Pietro e Paolo

“Pietro e Paolo – ha concluso il Pontefice – ritornano idealmente tra di noi, ripercorrono le strade di questa Città, bussano alla porta delle nostre case, ma soprattutto dei nostri cuori. Vogliono portare ancora una volta Gesù, il suo amore misericordioso, la sua consolazione, la sua pace. Ne abbiamo tanto bisogno di questo. Accogliamo il loro messaggio! Facciamo tesoro della loro testimonianza! La fede schietta e salda di Pietro, il cuore grande e universale di Paolo ci aiuteranno ad essere cristiani gioiosi, fedeli al Vangelo e aperti all’incontro con tutti”.

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