La fede non va rinchiusa negli archivi della storia

La fede non va rinchiusa negli archivi della storia

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Nella seconda, intensa, giornata del Viaggio Apostolico in Armenia la visita al Memoriale del Grande Male e l’invito a ricostruire su tre solide basi: la memoria, la fede e l’amore misericordioso. In serata, a Yerevan, l’intensa preghiera per la pace.

Nel suo secondo giorno in Armenia Papa Francesco ha visitato il Memoriale del Grande Male, luogo dove si ricorda il “genocidio”, quella violenza cieca che strappò la vita ad un milione e mezzo di armeni nel 1915.

“Qui prego, col dolore nel cuore, perché mai più vi siano tragedie come questa, perché l’umanità non dimentichi e sappia vincere con il bene il male; Dio conceda all’amato popolo armeno e al mondo intero pace e consolazione. Dio custodisca la memoria del popolo armeno. La memoria non va annacquata né dimenticata; la memoria è fonte di pace e di futuro”. Questo il testo del messaggio che il Santo Padre ha scritto sul Libro d’Onore del Memoriale di Tzitzernakaberd. In queste parole, possiamo dire, è sintetizzato il significato del suo quattordicesimo Viaggio Apostolico internazionale.

La fede non va rinchiusa negli archivi della storiaPapa Francesco scrive il suo messaggio al Memoriale – foto P. Antonio Spadaro SJ

Il Papa ha deposto una corona di fiori, poi, davanti al memoriale, ha rotto il silenzio del raccoglimento con queste parole pronunciate in italiano: “Ascoltaci Signore ed abbi pietà”.

E’ visibile l’emozione sul volto del Santo Padre ed è palpabile il sentimento di angoscia del popolo armeno raccolto attorno al Memoriale, ma anche il sollievo per avere visto finalmente riconosciuta, agli occhi del mondo, una simile tragedia che per cento lunghi anni è stata taciuta e si è cercato di dimenticare.

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Ricostruire, anche nel nostro cuore

In mattinata il Papa ha poi raggiunto la città di Gyumri, dove è forte la presenza dei cattolici armeni ed ha celebrato la Santa Messa. Questa città, ai confini con la Turchia, è stata gravemente colpita da un’altra tragedia: il devastante terremoto del 1988 che causò venticinquemila vittime.

Nella piazza principale della città, ancora non completamente ricostruita, il Santo Padre ha pronunciato la sua omelia, invitando a riflettere gli armeni ed il mondo intero: “Dopo le terribili devastazioni del terremoto, ci troviamo oggi qui a rendere grazie a Dio per tutto quanto è stato ricostruito. Potremmo però anche domandarci: che cosa il Signore ci invita a costruire oggi nella vita, e soprattutto: su che cosa ci chiama a costruire la nostra vita?”.

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La memoria

Per edificare e “riedificare” la vita cristiana, il Papa propone di partire da tre basi stabili: Il primo fondamento è la memoria: “Una grazia da chiedere è quella di saper recuperare la memoria, la memoria di quello che il Signore ha compiuto in noi e per noi: richiamare alla mente che, come dice il Vangelo odierno, Egli non ci ha dimenticato, ma si è ricordato (Lc 1,72) di noi: ci ha scelti, amati, chiamati e perdonati; ci sono stati grandi avvenimenti nella nostra personale storia di amore con Lui, che vanno ravvivati con la mente e con il cuore”.

Ma c’è anche un’altra memoria da custodire: la memoria del popolo. E la memoria del popolo armeno è molto antica e preziosa: “Nelle vostre voci risuonano quelle dei sapienti santi del passato; nelle vostre parole c’è l’eco di chi ha creato il vostro alfabeto allo scopo di annunciare la Parola di Dio; nei vostri canti si fondono i gemiti e le gioie della vostra storia. Pensando a tutto questo potete riconoscere certamente la presenza di Dio: Egli non vi ha lasciati soli”.

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La fede

“C’è sempre un pericolo – ha osservato il Santo Padre – che può far sbiadire la luce della fede: è la tentazione di ridurla a qualcosa del passato, a qualcosa di importante ma che appartiene ad altri tempi, come se la fede fosse un bel libro di miniature da conservare in un museo”.

La fede però, se rinchiusa “negli archivi della storia”, perde la sua “forza trasformante”, la sua “bellezza vivace”, la sua “positiva apertura verso tutti”. La fede, invece, “nasce e rinasce dall’incontro vivificante con Gesù”, dall’esperienza della sua misericordia “che dà luce a tutte le situazioni della vita”.

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L’amore misericordioso

Il terzo fondamento, dopo la memoria e la fede, è proprio l’amore misericordioso: “è su questa roccia, sulla roccia dell’amore ricevuto da Dio e offerto al prossimo, che si basa la vita del discepolo di Gesù. Ed è vivendo la carità che il volto della Chiesa ringiovanisce e diventa attraente”. L’amore concreto “è il biglietto da visita del cristiano”: altri modi di presentarsi possono essere fuorvianti e persino inutili, perché da questo tutti sapranno che siamo suoi discepoli: “se abbiamo amore gli uni per gli altri” (cfr Gv 13,35).

“Siamo chiamati – ha aggiunto Papa Francesco – a costruire e ricostruire vie di comunione, senza mai stancarci, a edificare ponti di unione e a superare le barriere di separazione”. Poi, citando San Giovanni Paolo II, ha raccomandato ai credenti di dare sempre l’esempio, collaborando tra di loro nel rispetto reciproco e nel dialogo, sapendo che “l’unica competizione possibile tra i discepoli del Signore è quella di verificare chi è in grado di offrire l’amore più grande!”.

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Dio dimora nel cuore di chi ama

“Dio – ha sottolineato il Papa – abita dove si ama, specialmente dove ci si prende cura, con coraggio e compassione, dei deboli e dei poveri. C’è tanto bisogno di questo: c’è bisogno di cristiani che non si lascino abbattere dalle fatiche e non si scoraggino per le avversità, ma siano disponibili e aperti, pronti a servire; c’è bisogno di uomini di buona volontà, che di fatto e non solo a parole aiutino i fratelli e le sorelle in difficoltà; c’è bisogno di società più giuste, nelle quali ciascuno possa avere una vita dignitosa e in primo luogo un lavoro equamente retribuito”.

E prima di salire sulla Papamobile a benedire e salutare i fedeli, accanto al Catholicos Karekin II, il Santo Padre ha ricordato anche la figura di San Gregorio di Narek, il santo armeno che ci insegna che “è anzitutto importante riconoscerci bisognosi di misericordia e poi, di fronte alle miserie e alle ferite che percepiamo, non chiuderci in noi stessi, ma aprirci con sincerità e fiducia al Signore”.

Gli altri appuntamenti della giornata

Al termine della Santa Messa il Papa visiterà la Cattedrale Armeno Apostolica delle Sette Piaghe e la attedrale Armeno Cattolica dei Santi Martiri, poi, lasciata la città di Gyumri, si trasferirà in aereo a Yerevan, dove, nella Piazza della Repubblica, alle ore 16.50 (ora italiana) si terrà un incontro Ecumenico di Preghiera per la pace.

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La Preghiera Ecumenica per la pace

In serata, in piazza della Repubblica a Yerevan, il Catholicos ed il Santo Padre hanno dato vita ad un nuovo, intenso momento di fratellanza e preghiera. Karekin II ha ricordato le vittime del genocidio ed ha espresso le sue preoccupazioni per un’Armenia, che anche oggi è circondata da guerre. A queste parole Papa Francesco ha risposto con un invito alla riconciliazione.

“Ricordare le sofferenze del popolo armeno – ha esclamato Francesco – non è solo opportuno, è doveroso! Siano un monito in ogni tempo, perché il mondo non ricada mai più nella spirale di simili orrori!”. La memoria, però, “attraversata dall’amore” diventa capace di “incamminarsi per sentieri nuovi e sorprendenti”, dove “le trame di odio si volgono in progetti di riconciliazione”, dove “si può sperare in un avvenire migliore per tutti”, dove sono “beati gli operatori di pace” (Mt 5,9). “Farà bene a tutti – ha raccomandato il Santo Padre – impegnarsi per porre le basi di un futuro che non si lasci assorbire dalla forza ingannatrice della vendetta; un futuro, dove non ci si stanchi mai di creare le condizioni per la pace: un lavoro dignitoso per tutti, la cura dei più bisognosi e la lotta senza tregua alla corruzione, che va estirpata”.

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Così Papa Francesco ha esortato i giovani armeni a mettersi in gioco e a non accontentarsi di essere “notai dello status quo”, ma di diventare “promotori attivi di una cultura dell’incontro”.

Il Papa ha auspicato che si riprenda il cammino di riconciliazione tra il popolo armeno e quello turco, e che si possa lavorare per la pace anche nel Nagorno Karabakh. Ma pressante è anche l’invito all’unità fra le Chiese: “Proseguiamo il nostro cammino con determinazione, anzi corriamo verso la piena comunione tra noi!”.

Al termine della cerimonia, densa di emozioni, un gruppo di giovani discendenti dei rifugiati armeni dispersi nel mondo, ha presentato delle anfore contenenti terra ed acqua dei loro rispettivi paesi. La terra è stata versata attorno alle radici di un virgulto, contenuto in una riproduzione dell’Arca di Noè. Il Catholicos Karekin II ed il Santo Padre hanno poi innaffiato con l’acqua questa piccola pianta. Un bel segno, carico di speranza.

Alessandro Ginotta

Questo articolo è stato pubblicato anche su: LA VOCE DEL TEMPO

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